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domenica 10 marzo 2019

Recensione libro - Trilogia di Leviathan di Scott Westerfeld (Reading Challenge 1/52)

Come promesso ormai tempo fa, eccomi qui a recensire per voi la trilogia di Leviathan di Scott Westerfeld!!
Ho scoperto questa serie grazie alla cospicua donazione di e-book da parte di un'amica. Il genere steam-punk mi ha sempre affascinata, ma finora non conoscevo romanzi scritti con questa ambientazione, basata su un'idea: cosa sarebbe successo se, durante l'Epoca Vittoriana, e le prime scoperte legate alla macchina a vapore, la tecnologia si fosse quasi interamente basata su quest'ultima?

Scott Westerfeld, in questo senso, porta delle novità.


La trilogia di Leviathan, composta dai romanzi Leviathan, Behemoth e Goliath è ambientata nel 1914, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Nei paesi dell'Europa orientale e in Russia, le scoperte di Darwin sull'evoluzione delle specie sono state talmente ascoltate da permettere al grande scienziato di scoprire i filamenti della vita (il DNA) e poter così inventare nuove specie utili all'uomo, le cosiddette "bestie di sintesi". La bestia di sintesi più complessa in assoluto è il Leviathan, un dirigibile da guerra a forma di balena nel quale convivono diverse specie, come i pipistrelli freccette, capaci di disintegrare con le loro punte di metallo una nave corazzata, o gli annusatori di idrogeno, sorta di cani con sei zampe e due musi in grado di annusare qualunque falla nella pelle del Leviathan. I paesi che usano queste tecnologie sono detti "Darwinisti".

Nei paesi come Germania e Impero Austroungarico, invece, il privilegio è stato dato alla meccanica e all'elettricità. I camminatori sono immense macchine dotate di zampe e gambe, e grazie all'elettricità si stanno mettendo a punto nuove macchine che potrebbero essere decisamente pericolose per i velivoli a idrogeno e per il Leviathan. Le potenze che si sono dotate di questo tipo di tecnologia sono dette "Cigolanti". 
E' in questo mondo che vivono i due protagonisti. Deryn Sharp è una ragazza scozzese che è riuscita, travestendosi da maschio e diventando Dylan Sharp, a diventare cadetto nell'equipaggio del Leviathan. 


Alek invece è il figlio dell'Arciduca d'Austria Francesco Ferdinando e della Duchessa Sofia. Nel momento in cui i genitori vengono assassinati, Alek, ora erede al trono grazie alla preveggenza del padre, è costretto a fuggire per scappare agli assassini sguinzagliati dall'Imperatore Francesco Giuseppe. 


Il suo destino si incrocerà con quello di Deryn e del Leviathan, e chissà che entrambi non riescano a cambiare il corso della storia...


Leviathan è stata una piacevolissima sorpresa. I libri fanno parte del genere della 'storia alternativa', cioè il prendere la storia reale e inserire delle piccole modifiche che la cambiano, in meglio o in peggio. A questo, nel caso di Leviathan, si aggiunge un'ambientazione simile allo steam punk e alla sua particolare tecnologia. 
I protagonisti, sia reali che fittizi, sono molto ben caratterizzati, ognuno ti entra nel cuore per un dettaglio, una frase, un modo di essere. Tra quelli realmente esistiti, i più importanti sono probabilmente Nora Darwin Barlow e Nikola Tesla. Per entrambi, Westerfeld si è ispirato a ciò che erano realmente nella vita. 
Nora Darwin Barlow era la nipote di Charles Darwin. 
Nora Darwin Barlow
In un'epoca dove la scienza era dominata dagli uomini, la Barlow studiò all'università di Cambridge e fece davvero ricerca nel campo della genetica a partire dai primi anni del Novecento. Tuttavia, invece che sugli animali, la Barlow fece studi sulla genetica delle piante, in particolare sulle primule. Morì nel 1989, all'età di 103 anni. Uno dei suoi fratelli, Erasmus, morì durante il primo conflitto mondiale nella seconda battaglia di Ypres. 

Nikola Tesla, invece, era nato nell'odierna Croazia da una famiglia di origine serba, ed emigrò negli Stati Uniti nel 1884. 
Nikola Tesla
Fu veramente un pioniere nel campo dell'elettromagnetismo, scoprendo la corrente elettrica alternata. In Leviathan viene data grande importanza alla sua fama di 'scienziato pazzo', che ancora oggi lo fa considerare come una figura importante nel mondo dell'occulto e della New Age. Fama che, d'altronde, è basata su fatti reali visto che davvero Tesla soffriva di disturbi ossessivo/compulsivi e aveva elaborato il progetto di un'arma capace, secondo lui, di porre fine a tutte le guerre. Ma al contrario che in Leviathan, l'arma venne elaborata nel periodo in cui Tesla aveva già una pessima reputazione, e per questo lo scienziato non riuscì mai a trovare i fondi per finanziarne la costruzione. Morì nel 1943 per un attacco cardiaco, solo e pieno di debiti, in una stanza del New Yorker Hotel, mentre ancora lavorata al suo "raggio della morte". 


In Leviathan, queste due menti hanno trovato la loro società ideale e l'hanno in parte anche plasmata, creando un modo originale e affascinante quanto il genere al quale la trilogia appartiene. E' questo per me il punto di forza dei tre romanzi. Per il resto, i personaggi sono ben caratterizzati certo, ma a volte i risvolti della trama sono un po' banali e infantili. Per esempio, dopo qualche situazione mi hanno stuccato le reticenze di Deryn rispetto ad Alek. Certo, avevano una finalità e qui non faccio spoiler...ma anche quella finalità, alla fine mi ha più scocciata che altro. A livello di trama le cose che hanno fatto sì che Leviathan ne uscisse bene nonostante i difetti sono stati i vari colpi di scena. La maggior parte lo sono davvero, ti sorprendono e ti invogliano a proseguire la lettura. Meno successo ha quello finale, ma non si può avere tutto. 
Nonostante questa pecca, all'ultima pagina mi sono resa conto che avrei voluto sapere cosa sarebbe successo dopo la fine, che la storia continuasse, insomma...e questa sensazione finale te la lasciano molti pochi libri. 


Alla fine di Goliath, Westerfeld dedica qualche pagina alla spiegazione del mondo di Leviathan, ciò che la cambiato rispetto al nostro 'normale' corso della storia. E sono d'accordo con lui. Fare un romanzo nel quale l'orrore della Prima Guerra Mondiale viene stemperato, pur ricordando a noi lettori che non è stato così, è una bella operazione, e soprattutto, per la studiosa di storia che sono io, può anche essere un modo di avvicinare i ragazzi alla storia reale. 


In conclusione, anche se la storia di Scott Westerfeld ha i suoi difetti, vi consiglio caldamente di scoprire la sua trilogia di Leviathan. Se amate il fantasy e la storia, i mondi alternativi e lo steam punk, non potrà non affascinarvi. 

Voto: 8,5/10

venerdì 7 agosto 2015

Una mattina nella Contea


Spesso, mi lamento di dove vivo, per il fatto che sia molto isolato, perché con tutti i sempreverdi che ci sono non ho la soddisfazione di vedere le stagioni passare.  Però, ci sono volte in cui adoro le mie colline, e mi rendo conto della fortuna che ho, con questo posto che riesce sempre a sorprendermi. Basta girare l’angolo e trovare, grazie alla pulce nell'orecchio che ti ha messo un pannello bianco con una freccia verde, una stradina che ritenevi chiusa di nuovo aperta, che ti fa piombare in paesaggi degni della Contea, la terra degli Hobbit nel Signore degli Anelli di Tolkien.


 Questa scoperta l’ho fatta qualche giorno fa, in una passeggiata di fine pomeriggio che si è protratta fino a sera, tanto che quando sono tornata a casa mia madre mi ha accolta con un “Finalmente!” al quale io ho risposto con un sognante “Ho trovato la Contea”. Spronata dal fatto che non c’erano né cagnetti fastidiosi sulla strada né ciclisti (altra cosa strana, perché qui di solito non se ne vedeva neanche l’ombra), avevo infatti seguito quella freccia verde e trovato la stradina aperta e con un pannello indicante che ci potevano passare pedoni, ciclisti ed animali da soma e trasporto. Non appena ho cominciato ad addentrarmi in quel sentiero in mezzo alla vegetazione, mi è sembrato di varcare uno di quei paesaggi fantastici e pieni di pace descritti da Tolkien. Sulla mia destra, campi dai quali di tanto in tanto arrivava il suono della campana di un qualche animale al pascolo, sulla mia sinistra il bosco, davanti a me quel piccolo sentiero tra le alte piante di cardo, di more, di finocchio e selce. E dappertutto, la melodia degli uccelli, nel loro ultimo canto prima della notte, e del ruscello che scorreva sulla mia destra, quello stesso ruscello del quale fin da piccola sognavo di scoprire la fonte. Non vi dico la mia emozione quando ho visto davanti a me innalzarsi uno dei piloni del tratto ferroviario. Ne ho già trovato uno in un’altra stradina in mezzo alla foresta vicino a casa, e c’è sempre la stessa emozione di meraviglia di fronte a quelle immense arcate costruite ai tempi del fascismo. Nonostante siano qualcosa di artificiale, non penso che stonino con il paesaggio, ma che anzi gli diano più fascino.



C’era qualcosa che mi attirava, che mi diceva di proseguire per scoprire dove quel sentiero, d’improvviso più aperto, andava a finire. Ma la sera era decisamente avanzata, ed il fatto che il ciclista che avevo poco prima incrociato non fosse ancora tornato mi faceva pensare che forse il percorso era decisamente lungo. Così, seppur a malincuore, sono tornata indietro, ripromettendomi, ovviamente, che sarei tornata il prima possibile.


 Ed è quel che ho fatto ieri, alzandomi di mattina prima che iniziasse il gran caldo in modo da avere più tempo. Nella mia borsa, una bottiglietta d’acqua, la fotocamera e l'mp3, che ho ascoltato per un po’ ed infine ho lasciato perdere per lasciarmi cullare e coinvolgere dai suoni della natura. Il percorso all'inizio era forse lo stesso, ma mi riservava qualche sorpresa. Infatti, ho trovato sulla mia strada una bella tartaruga terrestre.


 Amo le tartarughe terrestri. Quelle d’acqua hanno la grazia del nuoto dalla loro, ma queste...le trovo buffe, nella loro goffaggine e nel loro coraggioso avanzare contro ostacoli vegetali e non. Ed in ogni caso, sorpresa delle sorprese, non sarebbe stata l’unica che avrei incrociato! Ben due sono seguite a quella, una che prima si è fatta annunciare per tutto il fracasso che faceva spostando la vegetazione...


 ...ed un'altra proprio nel bel mezzo del sentiero, che quando mi ha sentita arrivare si è velocemente rifugiata nel suo guscio per poi, una volta che mi sono messa davanti a lei ed ha capito che non correva alcun pericolo, lentamente, un poco ad ogni respiro, è uscita per osservarmi.



 Oltre alle tartarughe, a farmi compagnia c’erano anche miriadi di libellule nere e farfalle di tutti i colori, arancioni striate di nero, violette, bianche, e quelle grandi dalle ali color avorio ritagliate in piccoli rombi da strisce nere. Le mie preferite. Credo inoltre di aver spaventato mezza popolazione pennuta della zona, tra poiane, ghiandaie e corvi.


 Ho attraversato diverse piccole pozze d’acqua che si gettavano nel fiumiciattolo alla mia destra. Lungo il percorso, cambiava. Mutevole, poteva essere rapido quando immobile e con un’infima pellicola opaca sopra, profondo qualche decina di centimetri quanto impantanato, visibile così come coperto da strati e strati di rovi. Vicino alla prima di queste pozze d’acqua, oltre alle tracce degli pneumatici di bici, ho trovato impronte ben diverse...


 Cinghiali! Non so quanti, purtroppo non so leggere bene le tracce animali, ma sono riuscita a distinguere sia delle impronte grandi che di più piccole. Una famigliola deve essere passata lì di notte, quando tutto è calmo.


 Anche la strada, come il fiume, era mutevole. Da quel piccolo sentiero tra le erbe che avevo seguito all'inizio, si allargava per lasciar intravvedere strati di foglie cadute e muretti,  grosse pietre coperte di rovi ai quali si arrampicano fiori dalle bianche corolle a campanula o muschio, campi incolti delimitati da fichi, per poi tornare a diventare un sentierino in mezzo alla vegetazione. Personalmente, ho preferito queste parti, è bellissimo essere circondati da piante più alte di te e alberi. Ed inoltre, sulla riva del fiume, è arrivato l’albero che, per tutta una serie di motivi, dico che mi perseguita. Un enorme e maestoso salice piangente. Ce n’era già uno fuori dal laboratorio degli scavi. Ce n’è uno poco lontano dall'imboccatura della strada per la Contea. Dovunque io vada, state sicuri che ad un certo punto incrocerò un salice piangente. Molti lo vedono come un albero triste, con quei rami che s’incurvano sino a terra, ma a me non ha mai trasmesso questo sentimento. Come le querce, sono maestosi, ma se la quercia è forza bruta nella sua maestosità, il salice è grazie ed eleganza. Per questo, insieme alla quercia, è il mio albero preferito.



 D’improvviso, la strada è diventata sempre più pietrosa, finché al mio lato sinistro si è aperta in un grande campo. Dopo la natura quasi selvaggia, era come se ci fosse qualcosa di più controllato, in quello spazio. Lentamente, anche il paesaggio è cambiato, e degli alberi hanno cominciato a circondarmi. Poco prima di addentrarmi nel loro fitto ho trovato una biforcazione, ma ho preferito tirare dritto. Accanto a me, nel campo erano spuntate delle strane formazioni rocciose coperte di vegetazione che mi facevano un po’ pensare ai funghi.


 E poi, gli alberi hanno lasciato il posto alla roccia.


 Mi chiedevo decisamente dove fossi finita. Fino a che, d’un tratto, poco oltre una pozzanghera, non ho trovato una vasca scavata nella roccia.


 E a qualche metro dalla vasca...


 La fonte, tanto a lungo sognata, del ruscello di casa mia! Non vi dico che emozione è stata. Un sogno di bambina che d’improvviso si realizzava! L’acqua freschissima esce da una fenditura nella roccia, si impantana un po’ e poi diventa il fiumiciattolo che ho sempre conosciuto e del quale senza saperlo ho seguito il percorso sino alla fonte. Finalmente, ce l’ho fatta.


 Dopo la fonte, la strada diventa sempre più civilizzata, una sorta di strada bianca, come qui vengono chiamate alcune stradine di campagna. Il caldo era forte e l’ora tarda, ma la curiosità che mi spingeva sin dall'inizio della mia passeggiata c’era sempre, e mi spronava ad andare avanti, almeno fino ad avere un indizio della zona in cui mi trovavo. Così, mentre al mio lato la lussureggiante vegetazione che avevo visto prima era ormai irrimediabilmente sostituita da campi visibilmente ben tenuti e intravvedevo una prima casetta su un’altura, ho continuato. Ho scoperto diversi nuovi sentieri, uno dei quali sembra tornare a qualcosa di simile alla foresta. Gli altri, continuano in strade bianche. Tutto questo, finché, d’un tratto, non hanno cominciato ad apparire accanto a me i grandi cancelli delle case di campagna. Però, c’era anche qualcos'altro, un rumore di sottofondo che dopo il canto degli uccelli ed il mormorio dell’acqua sembrava quasi una nota stonata nel mondo. Macchine, che d’improvviso ho visto in lontananza su una superstrada, insieme ai camion. Il ritorno improvviso alla civiltà. Ma ancora, non sapevo dove fossi  finita. Così, ho continuato, finché d’un tratto è sbucato fuori un cartello stradale con scritto ‘Strada Vicinale Sos Laccheddos’. Zona mai sentita prima...ma mi sono ripromessa di cercare su internet. Quindi, sono tornata indietro, accaldata ma aiutandomi ascoltando musica, anche perché era oltre mezzogiorno e volevo andare ad un’andatura più sostenuta. Non so perché, ma ascoltare musica mentre cammino mi fa andare più veloce. Ho fatto cinque minuti di pausa alla fonte, anche per rinfrescarmi, sennò sarei morta di caldo. Avevo camminato praticamente senza interruzione per due ore e mezza. Il ritorno è stato decisamente più rapido. Ci ho messo un’oretta, senza contare la ventina di minuti che ci sono tra l’imboccatura della strada per la Contea e casa mia. Sulla strada, ho incontrato un’altra tartaruga. Credo che fosse la prima che avevo visto all'andata, perché era più o meno nello stesso punto.


 E così, sono tornata a casa. Felice per la mia impresa, e non vedo l’ora di ritornarci, anche se magari quando farà un po’ meno caldo. Mi sono informata su internet, è ho scoperto molte cose.


 La strada nella foresta si chiama ‘Strada Vicinale Barca’. Anche se di vicinale ha ben poco, visto che non c’è l’ombra di una casa. Anticamente, era utilizzata da carri e contadini a piedi che venivano dalla zona di Monte Bianchinu, a Sassari, per utilizzare i mulini che si trovano nella mia zona, alcuni dei quali oggi sono diventati case di campagna. Prende il nome dall'omonima fonte, chiamata Fonte Barca. Il perché di questo nome, ancora non l’ho scoperto, ma state sicuri che ce la farò. La fonte com'è oggi, con quel tubo che ne facilita l’uso, è stata sistemata nel XIX secolo. La strada, invece, è stata riaperta da qualche mese nell'ottica di un progetto del Comune di Sassari, che vuole riaprire alcune antiche e oggi dimenticate strade usate dalle comunità della zona fino a qualche decennio fa per poter fare un percorso di escursione e trekking che circondi la città e alla fine sia di circa 30 chilometri. Credo che sia un progetto decisamente intelligente, non solo per far scoprire la storia di questa zona ma anche semplicemente per offrire il piacere di una bella passeggiata nella natura incontaminata. Piacere del quale approfitterò senz'altro ancora e che spero di avervi fatto un po’ sentire con questo post. Grazie per aver letto, e a presto!



                



venerdì 3 luglio 2015

Scrupoli archeologici

Una delle cose più paradossali dell'archeologia è che alcune delle tecniche per arrivare alla conoscenza sono distruttive, cioè distruggono, in un certo modo, l'oggetto che si va a studiare. Lo scavo ne è uno degli esempi più eclatanti. Nel momento in cui si va a togliere metri di terra, a prendere reperti, ossa, e toglierli dal loro contesto originario, si va a distruggere tale contesto, senza possibilità di tornare indietro. Sapevo già questo concetto, ripetuto così spesso a lezione, ma credo di toccarlo con mano solo ora. Scavando con la cazzuola per tre giorni uno strato di cenere che gli uomini che costruirono la 'mia' canaletta misero lì, ancora calda, per rendere stabile la loro opera, e ascoltando il progetto del mio capo area di smontarla per studiarla, e poi non ricomporla più, com'è ovvio, ho riflettuto a come stiamo distruggendo il lavoro di uomini che, secoli fa, si riunirono per fare ciò che noi stiamo per distruggere. Non so bene come immaginarmeli questi uomini. Mi chiedo chi fossero, piuttosto. Contadini? Pastori? Monaci della vicina chiesa, sconsacrata da duecento anni e con pochissime probabilità di riconsacrazione, visto che, come ha trovato il mio capo area in una fonte letterario, per un certo periodo è stata trasformata in una taverna con prostitute? Chissà. In ogni caso, ci hanno messo impegno e sudore nel costruire quella semplice canaletta, si vede da quel modo così elaborato di realizzarla, tanto che all'inizio si è pensato che fosse una tomba. Mi fa uno strano effetto pensare una cosa simile, un sentimento amaro di non rispetto per quel lavoro svolto dieci secoli fa da uomini che, sulla stessa terra sulla quale io cammino ogni giorno, hanno vissuto, mangiato, amato, sono morti. Probabilmente non conoscerò mai la loro identità, ma penso a loro ad ogni passaggio di cazzuola, ad ogni misurazione delle quote di quei laterizi dallo strano simbolo ovale e che probabilmente la prossima settimana inizieremo a smontare. Cercando di non romperli troppo, però. E' un sentimento che ho condiviso anche con la paleopatologa del gruppo, anche se qui l'argomento erano gli scheletri della vicina area cimiteriale. E lei ha risposto che l'importante è portare rispetto a ciò che si andrà irreversibilmente a distruggere. Forse è questa la chiave di tutto. Il rispetto per il lavoro di chi ci ha preceduto, per migliorare la propria vita, per costituire una propria società ed identità, per l'estremo gesto di sistemare una persona che amava in un modo o in un altro prima di dirgli addio definitivamente. Forse, in questo modo, questi fatti non verranno resi del tutto vani.

lunedì 29 giugno 2015

Villaggi

Siligo è un villaggetto nelle colline del Mejlogu, in una zona che, milioni e milioni di anni fa, aveva una forte attività vulcanica. Quei vulcani oggi estinti sono diventati verdi colline, riconoscibili dalla loro cima conica. In particolare, si può notare Monte Santo.


Insieme alle loro forme, i vulcani hanno lasciato una roccia scura utilizzata nell'edilizia. La chiesa di Santa Maria di Mesumundu, la zone nella quale scavo, è in parte costruita con questa pietra.


E' minuscola, costruita su delle terme romane, di impianto bizantino ma ristrutturata anche in tempi recenti. Oggi è abbandonata, e noi la usiamo per metterci i nostri attrezzi. E' bello, ogni mattina, verso le otto, aspettare sempre chi ha la chiave per prendere pale, picconi, secchi, carriole. Ci si gode il fresco del mattino prima dell'intenso caldo che dopo ti ammazza mentre con la cazzuola rimuovi strati di terra che, mano a mano, impari a distinguere gli uni dagli altri per colore e consistenza.

Credo che, quando si scava in città, non si ha un'atmosfera simile. Nel villaggio, dico. Qui tutti si conoscono, la gente ti vede subito come un estraneo. Tutti sanno già, quando ti vedono per la strada, che fai parte della campagna di scavo. E allora, non appena metti fuori il naso per andare a comprare qualcosa o fare semplicemente un giro, ecco che ti fermano per la strada con le domande più disparate. Da dove scavi esattamente a se ce la stai facendo con il caldo, per esempio. Oppure, trovi uno dei simpatici e festaioli coinquilini fuori dalla palestra in cui alloggi che ti chiede se hai trovato qualche osso (cosa che mi fa ricordare dei miei colleghi dell'area cimiteriale che puliscono uno scheletro mentre io mi faccio i calli nelle mani strofinando laterizi...). C'è poi la commessa del negozietto dove prendi le merendine per la pausa di metà mattina che ti chiede come va, e se sei appena tornata, e di fare delle foto così gliele mostri la prossima volta che vai lì. E' un clima molto accogliente, divertente. Molto diverso dallo scavare in una vera e propria città, credo. Lì, la gente è più disinteressata, troppo abituata ad incrociare sconosciuti. Qui è più calmo...e tutto sommato, è una delle cose che mi stanno piacendo.

mercoledì 27 agosto 2014

La Bastida di Sorres: Tre giorni di guerra, nuovi incontri e...Medioevo!

(Beh, per l’esattezza noi ci siamo stati due giorni...ma questa è un’altra storia!)

Buondì! Oggi, vi racconto della manifestazione a cui ho assistito in questi giorni insieme alle mie amiche Cris ed E, al mio amico F, e alla madre di Cris, che gentilmente ci ha accompagnati. Si tratta della Bastida di Sorres, la rievocazione di un fatto d’arme avvenuto nel 1334, quando i Doria riconquistarono agli Aragonesi la città fortificata di Sorres, importante anche come sede vescovile con il monastero di San Pietro.
 
E, insieme alla rievocazione, siamo finiti...in un accampamento medievale del XIV secolo! E questa è stata una vera e propria sorpresa. Perché si, sapevamo che ci sarebbe stato, ma non così completo, ricco di vita e di persone abbigliate con vestiti d’epoca e banchi con praticamente tutti gli oggetti della vita di allora, con persone che ti spiegano qualunque cosa.


Il primo giorno, siamo anche andati a visitare il nuraghe di Santu Antine, uno dei più importanti dell’isola, ricco di particolarità che solo lui possiede...


...e la mia testa se ne ricorda, si, anche perché ad un certo punto e io e Cris ci siamo infilate in un buio e stretto corridoio che porta ad un pozzo sacro e io ho sbattuto la testa sull'unica sporgenza, ovviamente. Un male cane. E una piccola bozza, per fortuna coperta dai miei capelli. A parte questo, davvero, questo nuraghe è stupendo, si trova in una valle sul comune di Torralba chiamata anche Valle dei Nuraghe perché ve ne sono stati costruiti ben trenta.  Se fate un giro in Sardegna venite a visitarlo!





Dopo la visita al nuraghe, siamo quindi andati a Borutta, il comune nel quale si svolgeva la rievocazione. Appena arrivati, mi è scappata da ridere, a vedere tutte quelle persone in costume. E mi sono messa anche un poco ad invidiarle...


All’inizio non sapevamo dove guardare, talmente tante cose c’erano. Il nostro occhio era già caduto sulle spade, e, un po’ timidamente, abbiamo cominciato a prenderle in mano. Poi, però, abbiamo cominciato a girare con ordine, e siamo capitate nella tenda dello Scriptorium. Completa di pergamene, Carta de Logu, inchiostri rosso e oro, sigilli...e tante altre cose, compresi i mitici Oculi de Vitro cum Capsula!






Nella stessa tenda, c’erano anche una sedia-trono e un gioco degli scacchi, riproduzione di un originale che è stato usato in moltissimi film e serie tv, compresi I Pilastri della Terra e Il Trono di Spade.


E poi...siamo passati alle armi. Spade a due mani, archi, asce, elmi, scudi, gambali...c'era di tutto! Ci siamo sbizzarrite. Vi posso dire che, per le spade a due mani, anche se sono piuttosto pesanti, dopo un po’ è come se il tuo polso si abituasse a reggere tale peso. E bisogna anche contare sul fatto che l’arma sia bilanciata bene o no. Mi ricordo in particolare di una che non era bilanciata ed era pesantissima...subito dopo, ce ne hanno passata in mano una ben bilanciata e più pesante, ma che risultava più leggera alla presa.





Abbiamo fatto diverse foto ai vari cavalieri, arcieri, damigelle, e qualche volta siamo anche riusciti a fare foto insieme a loro.






Poi, abbiamo visto il falconiere, un ragazzo che ci stava tra l’altro benissimo, a fare il falconiere...insomma, sembrava uscito dal medioevo. Aveva una poiana, un gufo e un barbagianni. Io e le mie amiche abbiamo potuto tenere in mano la poiana, uno splendido uccello che però, durante l’esibizione, ha attaccato il gufo...il motivo? Poco prima, il gufo gli aveva dato una piccola artigliata. E la poiana ha pensato bene di vendicarsi, non pensando che il gufo è molto più forte di lei. Immaginate la nostra faccia quando abbiamo visto la poiana lanciarsi sul gufo! Sembrava che i due stessero lottando (e il gufo era sempre nella mano del falconiere), c’erano tante piume in aria (della poiana) e quando è riuscito a separarli, il falconiere ci ha spiegato che era una fortuna che la sua mano stringesse gli artigli del gufo, altrimenti, per la vendicativa poiana, non ci sarebbe stato scampo!


Un’altra cosa che mi ha impressionata è stato quando, ad un certo punto, quando un signore evidentemente non contento del fatto che l’uccello non rispondesse ai suoi fischi, ha detto al falconiere che la sua poiana obbediva solo a lui, e questo gli ha risposto: “Il mio non è un ordine, è un invito”.

E poi...è arrivato il momento della battaglia!


Le musiche? Non erano molto adatte, sarebbe stato meglio un bel rullo di tamburi, ma hanno trasmesso canzoni tratte dal Trono di Spade, I Pilastri della Terra, Il Gladiatore e Brave Heart.






Infine, siamo rimasti ancora un poco, poi ce ne siamo andati, anche perché faceva molto freddo. A quanto pare tremavo come una foglia. E il bello era che non lo sentivo per nulla! Però, siamo partiti con un proposito: tornare l’indomani! Anche perché, prima della battaglia, abbiamo cominciato a parlare insieme ad un gruppo di ragazzi, e, parlando parlando, alla fine mi hanno detto che se fossi ritornata l’indomani mi avrebbero mostrato qualche cosina di base con la spada. Beh, mica potevo resistere???


E così, eccoci lì ancora eccitati per il giorno prima. Purtroppo, c’era molto vento e sabbia e polvere appiccicosa, avevo le lenti e hanno cominciato a darmi un po’ fastidio, ma mi sono comunque goduta la mattinata. Prima di tutto, i ragazzi del giorno prima, che fanno parte della Sala d’Arme Le Quattro Porte di Cagliari, ci hanno spiegato la strategia militare alla base della battaglia di Azincourt. Si, proprio quella battaglia della Guerra dei Cent’Anni in cui la cavalleria francese si è fatta massacrare dagli arcieri inglesi. E infatti non vi dico le battute quando ho detto: “Ma la fai proprio a me che sono francese??” Comunque, c’è da dire che i francesi si sono comportati in quella circostanza da perfetti idioti, quindi, forse, un poco se la sono meritati, la sconfitta. Infine, ci sono state mostrate alcune armi d’assedio dell’epoca, attraverso dei modellini.


Ho fatto un giro dall'astrologa. Stava accanto al chiosco del medico, da me e da molti altri soprannominato Dante Alighieri, visto che era vestito tutto di rosso. L'astrologa aveva iniziato da poco a spiegare, quando è arrivato un ferito da freccia! E abbiamo assistito all'operazione (completa di sangue) del medico, che dopo aver segato la parte in legno della freccia e aver cauterizzato una parte del corpo del povero paziente (così si distraeva e un poco sveniva...eh si, la cauterizzazione a quei tempi serviva proprio per quello!), e aver controllato anche che non toccasse punti vitali, ha fatto passare la punta della freccia dall'altra parte del corpo. Purtroppo, però il pover'uomo non ce l’ha fatta. Scherzo, era tutta una ricostruzione, ma ci ha presi così alla sprovvista che è stato divertentissimo. E poi mi sono fermata almeno venti minuti con il medico, a chiacchierare di medicina, un altro campo vastissimo del sapere medievale. Anche se continuo a pensare non credo che mi sarei molto fidata di un medico di allora. E poi, è arrivato il momento della spada! C'erano i giornalisti che facevano le riprese, proprio in quel momento, quindi forse sono finita in televisione XD

Due ragazzi mi hanno fatto vedere diverse poste, basandosi sul Flos Duellatorum, un trattato sul combattimento con la spada che è il terzo in ordine di antichità in Europa. Ne esistono due copie, entrambe in America. Una terza si trovava anche in Italia, ma è scomparsa a inizio ‘900. Beh, che vi posso dire...voglio imparare la scherma medievale, ora ancor più di prima. Chissà che un giorno io non riesca ad andare a Cagliari per imparare. Inoltre, non so come dirvi, ma ho trovato molta più apertura mentale rispetto alla ricerca e alla multidisciplinarietà che questa implica in questi ragazzi appassionati di storia medievale che in molti archeologi e professori.

Abbiamo, infine, riassistito alla battaglia, anche se stavolta c’erano meno figuranti ed erano state introdotte le scale per l’assalto alle mura. Ma è stato comunque emozionante. Poi, ce ne siamo andati. Concordando sul fatto che l’anno prossimo ci torniamo. E stavolta per tutti e tre i giorni!


Credo che mi terrò quest’esperienza dentro per un bel po’. In meno di ventiquattrore ho imparato moltissimo, forse non in modo accademico, non con una lezione frontale o un seminario, ma credo che sia soprattutto in questo modo, con questo genere di iniziative, che la storia sembra viva, e non solo qualche riga buttata su un manuale. E’ stato strano, ma mentre era in quel campo, con tutte quelle bancarelle, quegli uomini, donne, e anche bambini vestiti come degli uomini del medioevo, con quel trampoliere che di tanto si faceva strada a grandi falcate tra di noi, in alcuni momenti mi sembrava quasi di esserci. Eppure, non sono una di quelle persone che vorrebbero esserci vissute. So che il medioevo, per quanto sia affascinante, è anche un’epoca di violenza inaudita. Non che sia tanto cambiato, oggi, in certi posti...ma, no, se mi dicessero: “Abbiamo una macchina del tempo con la quale potrai vivere quel tempo per sempre” non lo farei. E poi, un’altra cosa che mi porterò dentro, sono gli incontri che ho fatto in questi giorni. Chissà, forse qualche amicizia, qualche contatto nuovo è nato. E, ancora una volta, non posso far altro che ringraziare le persone che hanno reso questo possibile.