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giovedì 26 agosto 2021

Passione Cottagecore!

Sono mesi in cui mi sento rifiorire dopo tanti anni di alti e bassi, di grigi e neri. E' da più di un anno che non ho un attacco di panico e per me che in certi periodi ne ho sofferto giornalmente è una grandissima conquista. Mi sto rinnovando in tutto e per tutto, quasi ogni giorno faccio qualcosa che mi fa totalmente uscire da quella rassicurante zona confort fatta di abitudini che mi ero costruita dai tempi del liceo. E questo passa anche per il mio armadio...dopo tanto tempo in cui osservavo quegli abiti da lontano e su varie pagine Instagram, mi sono infatti lanciata in uno stile completamente nuovo, di ispirazione vintage e cottagecore!

Ma cosa è il cottagecore?

Sarò sincera, solo nelle ultime settimane, tramite hashtag e ricerche varie, ho scoperto questo termine. E' molto recente, creato su Tumblr nel 2018, e per l'esattezza si riferisce a foto ambientate nella natura e alla promozione di uno stile di vita slow e più a contatto con la natura, in un'ideale esistenza campestre. Durante la pandemia il cottagecore è poi diventato una vera e propria moda, con celebrità che pubblicavano foto a tema. Tra le cose che caratterizzano chi ha uno stile di vita cottagecore c'è l'autoproduzione, sia in fatto di vestiario che in cucina. Inconsapevolmente, quando ho iniziato durante la pandemia ad autoprodurmi il pane e i dolci per la colazione stavo facendo qualcosa di molto cottagecore 😅 Aggiungo che è una cosa che faccio ancora adesso, un'abitudine che mi da soddisfazione. 

E' una moda attuale, e ho sempre provato un certo senso di allontanamento nei confronti delle mode attuali. Ma dall'altra parte sono anni che mi piace, mi fa stare bene e quindi non vedo perché me ne dovrei allontanare. Un po' come le camice a quadri, che indossavo ben prima che fossero di nuovo alla moda e ho continuato ad farlo anche dopo.  La mia nuova filosofia è: se ti piace e non fa male a nessuno, fallo. Nel caso del cottagecore, gli abiti portano spesso motivi vegetali, i cardigan sono intrecciati, le gonne e i vestiti sono lunghi sotto al ginocchio. E' tutto molto retro, di ispirazione sette/ottocentesca. In effetti, mi ricorda molto le atmosfere dei libri di Jane Austen o delle sorelle Bronte e dei film ispirati alle loro storie. Storie che mi hanno sempre dato un senso di rassicurazione, anche se a volte sono cupe (penso in particolare a Cime Tempestose). 

E c'è appunto qualcosa di tranquillo, rassicurante e accogliente in tutte queste immagini, che ti invitano a fermarti, respirare, prendere del tempo per te stesso e riflettere. Penso abbia ragione chi ha notato come il cottagecore rappresenti una via di fuga per la nostra pazza società dove tutto vuole essere consumato subito, i piaceri devono essere immediati e poi lasciati andare, senza che nulla venga assaporato e vissuto a pieno. Uno stile di vita con il quale mi trovo sempre più in contrasto io stessa, per quanto sia stata condizionata al contrario e attorno a me le persone non siano d'accordo. Ma il lavoro che sto facendo su di me sta prendendo tempo e lo faccio, appunto, per me stessa, per stare bene mentalmente e fisicamente, spesso cose che vanno di pari passo. C'è voluto tanto per capirlo, ci sono dovuta finire in ospedale e avere una delle più brutte esperienze della mia vita, ma alla fine non tutto il male viene per nuocere.

In questi giorni sto rinnovando completamente il mio armadio, un po' grazie a Vinted, sul quale mi sono iscritta per vendere i miei vestiti di prima ancora in buono stato, un po' andando per negozi qua a Firenze. E' un po' difficile perché sono bassa e con questo tipo di vestiario il rischio che un abito mi stia per due o mi faccia sembrare ancora più un tappo è dietro l'angolo, ma a forza di cercare ce la sto facendo. Ancora una volta, esco dalla mia zona confort, entro in boutique nelle quali non avrei mai messo piede prima, provo cose che prima avrei ignorato...e mi riscopro. Ieri ho acquistato un abito. Quando mi sono vista allo specchio, giuro, non mi sono riconosciuta. Non mi sono mai soffermata a cercare un abbigliamento che mi mettesse davvero in risalto fino ad ora, e scoprire che posso essere anche qualcos'altro beh...un po' di sconcerta. Ma è anche bello. Ora sto cercando un cappello stile boater e qualche paio di scarpe adatte, poi mi concentrerò sulle gonne per quest'inverno. Ho buone speranze su un negozio vintage che riaprirà a breve dopo la pausa estiva. 

Rimango però anche fedele a me stessa: continuo a passare da un genere librario all'altro come se niente fosse e la stessa cosa faccio con la musica, faccio sempre i miei impacchi di erbe ai capelli e tanto altro. E come scenario di queste mie altre passioni ho il desiderio, quando cambieremo casa, di avere uno studio per me da arredare in modo cottagecore, un piccolo rifugio dove poter scrivere, studiare, fare ricerche e leggere. Ancora non so se ci riuscirò, ma chissà, la casa sarà grandicella. Intanto raccolgo le idee e sogno davanti agli scatti che vedo su Instagram e Pinterest, sorseggiando un buon té bio...vi consiglio la marca Cupper di mia recente scoperta, mi dicono che si trova all'Esselunga (io l'ho presa online).

Alla prossima, lettori 💖

(Foto dal web.)

giovedì 19 agosto 2021

Luce di fine estate

Questi sono i giorni in cui inizi a renderti conto che l'estate sta finendo, nonostante manchi più di un mese all'equinozio d'autunno. Eppure, le giornate si fanno evidentemente più corte, ogni tanto la brezza serale fresca ti fa respirare dall'afa che ha regnato sovrana per le ore diurne, e soprattutto ci sono momenti in cui noti sprazzi di luce diversa, di una tinta dorata più aranciata che gialla. Questi piccoli segni mi fanno sorridere, perché vuol dire che tra poco arriva la mia stagione preferita. 

Da piccola adoravo l'estate. Era sinonimo di mare, viaggi, e del mio compleanno. La prima estate in cui mi ricordo di aver particolarmente sofferto il caldo è stata quella del "99, mi rivedo ancora mentre giocavo al game boy e sudavo. Poi, le estati caldissime sono come lo sappiamo diventate più frequenti e da tre anni a questa parte, con lo spostamento a Firenze, mi ritrovo spesso a non riuscire più a muovermi per la stanchezza e a fare cure di integratori. L'amore per l'estate è andato progressivamente via, sostituito da una certa insofferenza per il caldo e il ritrovarsi senza energie all'improvviso. Non riesco più a godermela appieno e spesso evito di uscire.

L'autunno sta diventando la mia stagione preferita. Le varie sfumature di oro, marrone e rosso delle foglie, il profumo delle prime piogge, la brezza fresca... dato che sto cambiando il mio ritmo di vita e mi sveglio molto presto (tra le 5:30 e le 7), non vedo l'ora di vedere la notte diventare alba dalla porta finestra del salotto, magari con una bella tazza fumante di tisana all'arancia e cannella, mentre leggo il mio capitolo mattutino. E' un bel cambiamento per me che sono sempre stata abituata a dormire fino a tardi, ma mi sta piacendo iniziare la giornata prima di tutti, nel silenzio particolare del mattino...e con questo caldo, è anche rigenerante svegliarsi quando fa ancora fresco!

A presto lettori 💗


(Foto dal web).

sabato 12 giugno 2021

Una partenza ai tempi del Coronavirus

Domani, dopo diciannove mesi lontana, torno in Sardegna dai miei. Starò lì fino al 3 luglio, un po' per recuperare il tempo perso, un po' perché ne ho veramente bisogno, e anche per alcune pratiche burocratiche in vista del cambio di residenza da Sennori a Firenze. Con me verrà anche Lola e per questo motivo (oltre alla maggiore sicurezza con il Covid) andrò in nave, dato che i cani della sua stazza non sono accettati e non mi fido a lasciarla da sola da qualche parte. E' un cane che si impressiona facilmente e ho letto di troppi incidenti accaduti a cani lasciati senza un'occhiata umana in viaggio, e sinceramente anche basta perdere il figlio peloso del momento per qualche tragedia. Ho preso una cabina apposta per gli animali e una volta salita sulla nave mi chiuderò lì per la durata del traghetto. Indosserò mascherina FFP3, guanti usa e getta, e mi porterò dietro il gel igienizzante. Al porto verrà a prendermi mio fratello, che ha pure fatto una prima dose di vaccino. E martedì farò un tampone rapido in farmacia. What else?

Chi mi segue da un po' lo sa (oddio, siete rimasti in pochi!!), i viaggi mi fanno sprofondare in uno stato di cupa riflessione e mi mettono ansia. Quest'anno non è meglio, anche se in realtà le ansie non sono solo legate alla pandemia. 

Domani mi aspetta una giornata intensa: al mattino tampone antigenico al presidio della Croce Rossa a Santa Maria Novella, poi ho deciso di trattarmi bene passando All'Antico Vinaio a prendere una schiacciata che sarà la mia cena, poi pranzo dal giapponese, da dove ho intenzione di uscire rotolando per i troppi ravioli al vapore, torno a casa, ho una chiamata che mi sarei evitata ma vabbeh, intanto faccio le valigie, porto Lola a fare un giro lungo di una decina di chilometri per stancarla e fare in modo che dorma e basta in viaggio, poi parto verso Livorno e au revoir! Già solo tutto sto ambaradan mi fa venire la gocciolina di sudore sulla tempia. Contate che dovrei pure metterci di mezzo la scrittura di un articolo sui luoghi di divertimento della Firenze romana e non so dove ficcarcelo. Neanche ho fatto ricerca per la parte iconografica. Brava Ko, brava. 

Ci sono poi le ansie del dopo. Varie cose sono problemi familiari che ora dovrò per forza toccare con mano. C'è anche Lola. Ha paura dei gatti e i miei ne hanno due. Di solito li insegue e poi improvvisamente scappa piangendo anche se il micio non le ha fatto nulla. Gin è un micione pacifico, ma Max, che è poi quello che mi è più affezionato, con i cani è uno stronzo bastardo. Se Lola ha paura dei gatti è colpa sua perché l'ultima volta che sono stata giù le ha tirato un'unghiata nell'occhio mentre stava passando per il corridoio. Quindi la domanda è: riuscirà Lola ad abituarsi per tre settimane o sarà tutto un inseguimento seguito da immancabile piagnisteo da parte sua e un soffiare da parte dei gatti? 

E poi, c'è Loki, il cane dei miei. Un bestione di 45 chili di razza Fonnese. Rispetto a molti è un cane molto equilibrato anche con i suoi simili, ma ha il suo caratterino, e visto che pure Lola è particolare, sto sperando che si stiano simpatici e basta. Di solito lei va d'accordo con i cani maschi più che con le femmine, ma è anche vero che è molto dominante e tende a voler fare 'la capetta', come la chiamano nel quartiere. Il mio desiderio è che stiano come nel mondo dei mini pony, sia tutto rosa e fiori con sottofondo di musica sognante, e passino il tempo a giocare insieme. Incrocio le dita. 

E infine...non mi separo da casa e da Renato da diciannove mesi. Lasciarlo solo mi sembra strano. Ormai credo di essere così abituata ad essere qui con lui che l'idea di andarmene è un po' come dire ad un inglese che il tè delle cinque verrà servito alle quattro. 

Cosa farò lì? Beh, mi godrò i miei e la mia valle. Ho intenzione di fare delle passeggiate nei miei sentieri di trekking preferiti, che non percorro da più di due anni perché nel 2019 Lola era troppo piccola per fare passeggiate lunghe e da cucciola non era una cagnolina che le apprezzava, è una cosa che le è piaciuta fare una volta adulta. Non vedo l'ora di tornare a saltellare sui sassi in mezzo al rio Barca cercando di non cadere in acqua mentre lo attraverso e di godermi il panorama da Monte Bianchinu, osservando Osilo e il castello dei Malaspina che fronteggia da secoli la chiesa di Nostra Signora di Bonaria sul colle opposto. Sto portando l'e-reader e penso che finirò la serie di World of Warcraft. Voglio scrivere di tutto e di più, dai miei articoli di storia per Instagram (e visto che ci sono, qui trovate la pagina su Firenze di un amico con cui collaboro) a questo blog, e magari ci scappa pure qualcos'altro per me stessa. E' da tanto che non scrivo per me, che non invento qualcosa, e mi manca. Chissà. 

E andrò anche a trovare mia nonna. E' mancata il 15 maggio. Non la vedevo da diciotto mesi. Aveva 91 anni e una vita intensa che ha deciso lei di voler lasciare andare. La capisco, però nel mio egoismo le avevo chiesto due giorni prima di aspettarmi...e so che è meglio che sia andata così. Ma è vero quello che ho ripetuto nei giorni successivi. Per chi va via è meglio, soprattutto se serenamente come lei, per chi rimane c'è sempre quella mancanza. Mi spiace non averla potuta salutare dal vivo. Mi rimangono i ricordi della sua mozzarella in carrozza, delle costruzioni in legno e delle vecchie bambole, dei suoi commenti che mi facevano alzare gli occhi al cielo quando guardava un film in tv, dei suoi concerti con il suo coro (ha cantato proprio fino alla fine), e delle nostre prime all'opera, una passione che abbiamo condiviso per dieci anni. Il giorno del funerale ho riascoltato La Bohème, che era la prima opera che avevamo visto insieme. Ora andrò a trovarla accanto al nonno nel paesino della mia famiglia sarda. Penso che porterò dei fiori.

Alla prossima!



martedì 22 settembre 2020

Finalmente autunno!

Oggi, alle 15:31, è iniziato l'autunno. Gli do un caloroso benvenuto. Oggi a Firenze è stata una giornata a metà tra sole, nuvole e pioggia, piuttosto fresca. Una manna dal cielo. 

Fino a qualche anno fa, la mia stagione preferita era l'estate. Poi, sono iniziate queste estati caldissime, afose, in cui sudi anche rimanendo immobile a letto con il ventilatore puntato addosso. L'estate è da qualche tempo un periodo dell'anno in cui mi sento spesso male, spossata, con il mal di testa, l'anno scorso il mio ragazzo mi ha raccolta mentre stavo svenendo. Ho sempre sofferto di pressione bassa e quindi questo mi stronca, semplicemente. Quindi, la mia preferenza si è spostata verso le altre tre stagioni dell'anno, in particolare le vie di mezzo (più o meno) dell'autunno e della primavera. In particolare, mi piacciono i colori caldi, il giallo, il marrone e il rosso delle foglie, il loro cadere e scricchiolare sotto alle suole delle scarpe, l'umidità dei boschi durante le passeggiate con il cane. Non è un caldo splendente però, come può essere quello dei boccioli in primavera e del grano in estate. Ha qualcosa di freddo, paradossalmente, quasi preannunciasse l'inverno. Qui in Toscana poi, è un fenomeno che si vede benissimo, rispetto alla Sardegna e alla sua monotona natura sempreverde. E' il periodo in cui il té caldo diventa un piacere, dei primi minestroni, dei primi maglioni e dei calzettoni, tutte cose che mi fanno sentire in qualche modo più comoda. Tra poco metteremo il piumone e allora sarà ancora più bello stendersi per dormire, tra la morbidezza del materasso e quella delle piume. Un po' più difficili i risvegli, con il buio e quella nebbiolina che arriva dal Mugello accanto...anche se il tutto ha senza dubbio fascino per gli animi romantici. 

L'unica cosa che mi preoccupa un po' di questo autunno e del fresco che porterà è ciò che potrebbe succedere con il coronavirus. Non sono preoccupata per me stessa, certo quando c'è stato il rischio che fossi stata contagiata mi sono sentita mancare la sedia sotto i piedi, ma sono giovane e anche stando male ho più possibilità di superarla. Mi preoccupano, come sempre, i miei genitori, mia nonna, e anche le ripercussione di tutto questo sulla nostra vita. Un esempio è l'università, con corsi in cui le lezioni in presenza diventano su prenotazione, segreterie sempre chiuse...odio dover fare tutto via mail. Perché la burocrazia universitaria è tra le più ostiche e a volte devi, purtroppo, impuntarti e fare la voce grossa per ottenere qualcosa. La mia situazione a livello accademico è piuttosto delicata e ho un certo timore ad affrontare tutto a distanza...eppure, sembra l'unica soluzione. E' difficile che l'inerzia non mi prenda di nuovo. 

Comunque, bando alle ciance! L'autunno è tornato e ne sono felice. Spero che anche per voi sia sinonimo di felicità, anche se mi rendo conto che è una cosa un po' particolare. 

Al prossimo post!



P.S.: vi lascio il link della recensione che ho scritto delle Armi di Avalon di Roger Zelazny su Dragons. La trovate qui. Ormai sono molto avanti con la lettura delle Cronache di Ambra, sto finendo il primo libro del secondo ciclo, quello di Merlin, ossia Ritorno ad Ambra. Poco per volta recensisco tutto, prometto! E intanto sto anche preparando una serie di tre articoli che potrebbero essere interessanti. Certo, quando uscirà tutto metterò i link anche qui. Un abbraccio. 

venerdì 4 settembre 2020

Settembre 2020

Ho sempre visto settembre come il mese dei nuovi inizi. Molti vedono gennaio come il periodo in cui fare buoni propositi, progetti. Per me è sempre stato settembre, forse perché iniziava la scuola, una cosa che per me è sempre stata fonte di pensiero, preoccupazione. Quest'anno c'è tanta carne sul fuoco. Dopo un anno passato a meditare, metà anno a fare psicoterapia e a cercare di buttarmi alle spalle quello che mi fa soffrire, che mi fa affogare nell'ansia tanto da arrivare a non essere più stabile, ricomincio a studiare. Decido di prendere la patente. Cerco di ritrovare un po' di leggerezza, anche se non è facile. Non è facile nemmeno scrivere. Ormai sono anni che mi metto davanti alla pagina bianca di Blogger e penso: "E adesso cosa scrivo?". Dire che una volta avevo così tanta voglia di scrivere sul blog che usavo i quaderni per i miei post in sospeso, perché non avevo la connessione internet a casa e quindi dovevo ritagliarmi il tempo per il blog in quelle rare ore di religione in cui andavo nella biblioteca scolastica o da mia nonna, tra il liceo e le ripetizioni di matematica. Di fatto, mi rendo conto che ho perso la leggerezza di scrivere quando mi sono lasciata con il mio ex. C'è qualcosa che si è spezzato in me con quella rottura. E' stupido, che una persona che non mi meritava abbia lasciato così tante conseguenze. E' stupido con tutto ciò che è successo nel frattempo nella mia vita, ho trovato qualcuno con cui sto da cinque anni e convivo da un anno, con cui ho un cane (e si, per noi è un membro della nostra famiglia, tipo la figlia pelosa), e progetti, anche se semplici, vogliamo solo passare la vita insieme giorno per giorno e invecchiare insieme...quando saremo vecchi, ovviamente, ora siamo ancora due baldi giovani. 

Ritroverò mai la leggerezza di scrivere qualcosa tutti i giorni? Non lo so. Lo spero tanto, però. La scrittura è stata per un lungo periodo la mia ragione di vita, insieme alla lettura. Sento che mi manca qualcosa, che probabilmente se tornassi a farlo regolarmente sarei più felice e soddisfatta. 

Ma il tempo, oh, il tempo! Ogni giorno correre di qua, telefonare di là, e portare il cane a passeggiare perché è un'iperattiva come tutti i cani giovani, e pulire la casa, e aspetta che devo leggere le mie solite pagine per finire la challenge di Goodreads! Il tempo non è mai abbastanza. Ma ci provo, anche se questo "Ci provo" l'ho detto tante e tante volte. Ultimamente ho letto dei libri motivazionali e di filosofia, dal nome evocativo tipo: "Cosa è la felicità", "Il potere della mente", "Come essere felici" ecc... Tutto molto interessante. Pensando a me stessa, credo che il mio problema sia che sono una procrastinatrice seriale. Questo mi porta a fare errori, e di questi errori vedo solo il lato negativo. Ma c'è una frase che mi ha molto colpita, in quei libri motivazionali, o piuttosto un concetto. Il concetto è, ogni volta che si affronta un fallimento, di cercare di trovarne il lato positivo. Cosa ho imparato dal mio fallimento? Cosa posso trarre di positivo da questa situazione, cosa posso migliorare? Ecco, questa frase ho intenzione di scriverla e appiccicarla sopra alla mia scrivania per ricordarmela sempre. Ogni volta che mi sono lasciata andare, stavo sempre lì a pensare ai miei errori, ai miei fallimenti...ma se invece pensassi positivamente, credo che riuscirei a trovare una soluzione al problema più grande, e cioè che ci vuole poco per mandarmi in depressione perché mi soffermo troppo sulle negatività. Non sarà facile, non è semplice modificare un carattere che è così da vent'anni. Ma ci provo, anzi DEVO!

Mi impongo di scrivere un po' ogni giorno, tra qui e l'altro blog sul fantasy che avevo creato tempo fa, Dragons. Non so quanta gente leggerà queste righe, ho fatto un giretto tra i vecchi blog che seguivo e uno solo è attivo...che tristezza. Ricordo ancora quando facevamo le challege, i premi e le piccole interviste tra noi...vorrei tanto sapere dove sono finiti tutti, come stanno, come sono cresciuti, cosa fanno ora nella vita. Ma, dall'altra parte, è anche questo vivere, tanti incontri che durano pochi istanti, sono pochi sono destinati a durare. 

Detto questo, il tempo deve riprendere la sua parte...stasera cena dalla suocera. Devo prepararmi. A presto!

Rebirth | IT

lunedì 15 luglio 2019

Estate...


...dalla quale oggi c'è una piccola e piacevole pausa, qui a Firenze la temperatura è fresca, ci sono le nuvole grigie e ha piovigginato. Sinceramente, dopo i giorni caldissimi durante i quali sono stata anche male per il troppo calore, ci voleva un po' di respiro. E' bello stare a casa a studiare e coprirmi con la mia amata felpona nera. 

Sono sempre un po' latitante, ma la vita lontano da casa sta prendendo il suo faticoso corso...situazioni che si risolvono e altre che si complicano. E' normale così. Mi sento molto cresciuta in questi mesi, e che dire, in qualche modo ne sono felice. Certo, se mi ascolto bene vorrei solo potermi adagiare sul letto e leggere e guardare Netflix...ma dopo la settimana prossima, quando spero di avere un po' di tregua dagli esami. E di andare alla Festa dell'Unicorno e incontrare i miei amici di gioco di ruolo. 

Vi lascio con questa bella balconata fiorita e piena di rose, mi ispira calma, equilibrio e magia. 

A presto. 

domenica 3 settembre 2017

Partire

Se c'è una cosa che ho sempre odiato, fin da piccola, sono le partenze. Non importa che io sia certa che rivedrò quella persona che parte o che lascio indietro di lì a una settimana o un mese, le partenze mi hanno sempre messo l'ansia. Ho sempre avuto bisogno di avere chi amo intorno, e sapere che per un certo periodo ci sarà un'assenza e non potrò più condividere bei momenti insieme mi affossa. Negli ultimi due anni, poi, con gli andirivieni di me o del mio ragazzo tra Firenze e Sassari, le partenze sono diventate una specie di fobia. Sto male, ho le lacrime agli occhi, da una parte vorrei partire subito per non avere più questa sofferenza, dall'altra vorrei cercare di gustarmi ogni momento insieme. E le ansie quotidiane peggiorano solo le cose.

Stavolta, dovrebbe essere l'ultima. Lo spero con tutto il mio cuore, perché sarebbe il dolore prima della Gioa. La gioia di non dover più partire, di non avere sempre l'ansia di non riuscire a vedersi per mesi e di stare attaccati al telefono la sera senza la garanzia di poter avere una conversazione accettabile. La gioia di poter andare al cinema una volta la settimana approfittando dello sconto studenti, a vedere le peggiori nerdate come i migliori film d'autore. Di uscire con gli amici e bere un bicchiere insieme. Di portare a spasso il cane. Di andare ogni fine settimana a visitare un monumento o una mostra tutti e due, risoluzione presa di recente, questa.

Odio dover lasciare indietro una parte di me, ma al tempo stesso non vedo l'ora di iniziare veramente questa vita. Sarà dura, questo mese e mezzo fuori casa ha avuto momenti infernali perché l'ambiente è completamente diverso da quello da cui vengo, più frenetico e crudo. E io sono abituata alla calma, alla gente che non inizia a smattare, come si dice qui a Firenze, per un oggetto che non è a posto ma che anzi scherza sulla tua distrazione. Ed è una parte del mondo da cui vengo che amo, quella di non prendersi sul serio, e che vorrei mantenere come mia. Voglio cambiare, ma non così tanto. Voglio continuare a fare la mia tazza di tè tutti i giorni, a leggere un capitolo la sera, a camminare per i miei sette chilometri quando ci riesco. Cerco posti per fare escursioni, giardini da visitare -dopo Villa Fabbricotti e l'Orticoltura il prossimo ho deciso che sarà Boboli, anche se è lontano. Voglio poter riflettere maggiormente su me stessa e sui miei valori, su ciò che mi farebbe stare meglio nei periodi in cui sono giù e mi ritrovo a piangere per niente. Voglio tornare a meditare e a filosofeggiare sulla Natura e sul rispetto che le dobbiamo, da brava mezzo pagana come ormai mi definisco insieme ad atea. Non credo in una divinità, credo sollo alla Terra e al rispetto che le dobbiamo, perché senza di lei e alla chimica saremmo ancora polvere di stelle. Non si merita ciò che le stiamo facendo. Cerco di concentrarmi su questa voglia di cambiare, di attaccarmi a questi pensieri per poter uscire da questo periodaccio e da questa ansia che mi crea la mia nuova partenza. Devo mutare pelle, è difficile, ma ancora qualche spinta e ce l'avrò fatta. Per essere più tranquilla, e realizzata.



Bon voyage, Ko.

sabato 29 luglio 2017

Mi capita spesso, ultimamente, di pensare alla me che ha aperto questo blog. Era quello che si chiama un periodo buio, di quelli in cui ti senti talmente male che anche la luce del giorno sembra meno viva di quello che è in realtà. Per voltare pagina, chiusi addirittura il mio blog precedente, il tanto amato Where is my mind? che mi aveva fatto scoprire questa fantastica realtà virtuale e tante persone che, più o meno, a volte per vie traverse, seguo ancora.

Foglie d'Erba ha avuto una storia di alti e bassi. L'università mi ha preso tanto tempo, mi ha prosciugato la voglia di fare cose diverse che studiare o leggere. Solo da poco sto riuscendo a ritrovare qualche altro spazio, per colorare, per esempio, una piccola passione sorta un po' più di un anno fa, oppure per bere un té. O, ancora, e questa è la cosa più frivola, per curarmi ogni tanto i capelli con henné, olio di cocco e burro di karité. 

Sono molto cambiata da quella ragazza disperata che apriva un nuovo blog per allontanare l'adolescenza. Sono più felice? Per certi versi, si. Più tranquilla, probabilmente. Da quel periodo a volte mi rendo conto di avere ancora, purtroppo, delle cicatrici che si fanno vedere come testardaggine peggiore di un mulo e un po' di egoismo che devo imparare a gestire. Ma, per il resto, sono più soddisfatta di me stessa, dei miei studi che stanno per finire, almeno nella loro prima parte, e della persona che ora sta accanto a me. 

Ebbene si...mai avrei immaginato che un ragazzo conosciuto proprio in quel periodo, per caso, che abitava in una città come Firenze, lontana anni luce da quella che è la realtà di Sassari, sarebbe diventato un legame così importante che mi avrebbe portata dove sono ora. Seduta alla scrivania dell'Ikea nuova fiammante, ad ascoltare Bob Dylan e a scrivere questo post a notte tarda. 

E' da una quindicina di giorni, ormai, che mi sono trasferita in Toscana. Dopo un paio di giorni a Firenze, siamo andati a Viareggio, alla sua casa al mare, dove rimarrò praticamente fino a inizio settembre, quando tornerò in Sardegna a chiudere tutta quella burocrazia che aveva aperto la triennale  e a laurearmi. Dopo, ritorno in Toscana, inizio della magistrale in Scienze Storiche all'Università degli Studi di Firenze. Altra cosa che mai avrei immaginato tre anni fa, studiare in una città così bella e nella quale mi sento, anche, davvero bene. 

Lo ammetto, a parte venerdì 21 luglio, quando siamo andati alla Festa dell'Unicorno di Vinci, ho passato gli ultimi quindici giorni tappata in casa a studiare per la tesi. Non era soltanto il lavoro ad impedirmi di uscire, ma anche il fatto che dovevo rendermi conto. Rendermi conto che, in un certo senso, ora sono da sola, non ci sono più mamma e papà a cucinare per me, a scarrozzarmi in giro, a lavarmi i vestiti. In questi giorni ho imparato a fare una lavatrice, ho dovuto superare la mia paura di bruciarmi con l'olio quando preparo qualcosa di fritto, a perdermi in un posto che non conosco. Quest'ultima cosa, l'ho fatta questo pomeriggio. 

Ho sentito il bisogno di fare una passeggiata sulla spiaggia. Così, alle sette, ho messo le mie Converse nere quasi nuove fiammanti e sono uscita di casa per la prima volta. Il mio ragazzo mi ha proposto di portare con me Eva, la sua maremmana, con la quale sta nascendo un grande amore, ma ho rifiutato, non mi sentivo abbastanza sicura. Stasera, poi, ho saputo che dovrei metterle la museruola e non mi va, Eva sarà pure una bestiona che quando mi siedo è alta quanto me ma è brava, mi sentirei come se la torturassi a metterle quella roba attorno al muso. Comunque, da lì ho proseguito lungo la strada che, da quel che mi ricordavo, portava al mare. Non avevo sbagliato. La marina di Pietrasanta assomiglia a tanti posti di mare che ho visto anche in Sardegna, con il suo miscuglio di lingue, di accenti, di carnagioni, e i suoi palazzoni composti solo da appartamenti in affitto ai turisti e a quei toscani che ne hanno abbastanza dell'afa dell'Arno. Due cose sono molto diverse: il fatto che la maggior parte della gente va in giro in bici e le spiagge private. In Sardegna, al contrario che qui, la maggior parte delle spiagge sono libere e, sinceramente, le preferisco di gran lunga. Le spiagge private, con i loro ombrelloni e seggiole tutte uguali, le loro regole, la loro standardizzazione, mi stanno strette. Così, oggi, mi sono diretta alla spiaggia libera. Non c'erano molte persone, e mi sono incamminata fino alla riva. Ho visto tante conchiglie, ciottoli levigati, un granchietto morto. Ho aspirato il profumo del mare al tramonto, ascoltato la sua musica, osservato la luce del sole sull'acqua mentre facevo qualche foto e mi sono sentita bene, a camminare lungo la spiaggia. Non è il bosco, ma è sempre la Natura, che mi mette di buon umore e che alla fine delle mie camminate mi lascia sempre addosso una stanchezza bella, mi fa sentire pulita. La giornata è andata bene, ora ho solo bisogno di un buon libro per dormire sonni tranquilli. Sono tornata indietro in pace con me stessa dopo diversi giorni...finché, non mi sono resa conto che ero sbucata sull'autostrada invece che nel piccolo viale in cui sarei dovuta finire. Per fortuna, il problema si è risolto in fretta. Una chiamata veloce al mio ragazzo, l'inserimento in Google Maps della via in cui abita e dieci minuti dopo ero a casa con Eva che mi faceva le feste. Ancora una volta, me la sono cavata, più o meno da sola, ma me la sono cavata. E il piccolo incidente è stato dimenticato mentre pubblicavo le mie foto su Instagram attendendo che l'acqua della pasta bollisse. 

Sto di nuovo crescendo. E' un po' come finire un libro di un certo genere ed iniziarne uno di tipo completamente diverso. Ho ancora tante paure e dubbi da affrontare, ma, poco a poco, credo che ci riuscirò. Così come credo che riuscirò di nuovo a tenere questo blog, finalmente. Tutti questi piccoli momenti per me stessa mi sono mancati molto.  



domenica 7 agosto 2016

Tzan-Tzan!

Mi è tornata la voglia di scrivere. Penso spesso a questo blog così abbandonato, che mi ripropongo sempre di riprendere dopo la laurea. L'università mi ha succhiato via sia il tempo che la voglia di scrivere, gli argomenti, le idee...ma, in questi giorni di pausa, la tastiera e le sue letterine, alcune delle quali messe un po' maluccio, mi hanno attirata di nuovo.

Sono stati mesi intensi, fatti di studio soprattutto. Ho recuperato il tempo perso in due mesi, tralasciando ore di sonno, di lettura, di passeggiate, con l'ansia di riuscire e avere voti alti sia per soddisfazione personale che per il fatto che il mio futuro si sta giocando proprio in questi anni e voglio offrire a me stessa e a chi mi starà vicino il meglio. Alla fine, ce l'ho fatta, e ora mi sto godendo una piccola pausa prima di affrontare la sessione autunnale di settembre e ottobre. L'ultima, se tutto va bene. Poi, dovrò pensare solo al tirocinio, al quale già sono stata ammessa, e alla tesi.

Mi sto prendendo una piccola vacanza. Sono a Milano per una decina di giorni, ospite di alcuni amici del mio ragazzo (ebbene si, tzan-tzan!). Vi lascio una foto del Duomo che ho scattato stamattina.


Non ero stata a Milano da anni, e non vedevo seriamente la città da ancora più tempo, da quando avevo nove anni. Continua a sembrarmi molto caotica, ma la galleria Vittorio Emanuele II da poco restaurata mi ha impressionata molto, soprattutto il pavimento con le sue stupende decorazioni.


E questo è tutto per oggi. Mi è mancato molto scrivere qui...avrete presto mie nuove. Ho già qualche idea su prossimi post...

Buona notte a tutti voi, vista l'ora tarda.

lunedì 8 febbraio 2016

Di scrittura, studio, classici e...Robin Hobb, as always!

Mi è mancato questo posto. Mi è mancato scrivere.


Sono stati mesi intensi, passati prima a studiare per gli esami, poi a seguire le lezione, poi di nuovo a studiare per gli esami. Queste non sono novità, da due anni e mezzo a questa parte, ma ci sono state anche quelle, alcune delle quali spero di potervi parlare a breve.

school arthur studying

Spesso ho pensato al mio blog abbandonato, fermo al sette agosto. E’ incredibile come nel web, sempre più rapido per la frenesia di condividere, ci possono essere angoli in cui il tempo ha la capacità di fermarsi ad un’immagine, e farlo andare avanti è un’opportunità nelle nostro sole mani. Un blog è così. E ora voglio far si che prenda di nuovo il suo corso, anche se sarà un po’ difficile visti gli impegni. Ma ora che sono più o meno riuscita a dare il giusto spazio a tutto nelle mie giornate, spero di poter inserire anche il blog. Ho iniziato rifacendo due settimane fa il look, decisamente invernale. Spero vi piacciano quei fiocchi di neve che piovono dal cielo. Anche solo modificare queste piccole cose è stata una boccata di ossigeno.


Probabilmente, vi parlerò di poche cose, di quelle più importanti e ovviamente in queste cose ci sono i libri che leggo e che mi colpiscono in bene e in male. Da poco ho finito Moby Dick. Si, mi sono buttata, alla fine! Ed è stato sorprendente, mi aspettavo un testo pesantuccio mentre invece la storia di Achab e della Balena Bianca si è rivelata affascinante, epica, piena di frasi che ho segnato nel mio quadernino e che mi hanno fatta riflettere molto sul significato di questo libro e ciò che ha voluto trasmettere Melville con il suo simbolismo. Ho cercato un po’ di informazione in rete per un futuro video per Youtube (se tutto va bene, lo giro questa settimana e lo posto la prossima) e mi rendo conto che non sono molto d’accordo con alcune tesi che ho trovato. Forse è questa la magia dei classici, quando ci toccano nel profondo, che la loro interpretazione diventa personale, magari non accettabile da un critico letterario professionista, ma già il fatto che in questo mondo dove si elabora sempre meno un pensiero proprio noi lo abbiamo fatto è qualcosa, no?


 In questi giorni invece, sto finendo Il Destino dell’Assassino di Robin Hobb. Si sempre lei. So che mi odiate visto che ne parlo quasi ad ogni post...


E’ l’ultimo libro della Trilogia dell’Uomo Ambrato, la terza ambientata nel mondo degli Elderlings. E si sta rivelando uno dei libri più tristi che io abbia mai letto...ma ve ne parlerò di sicuro.


 A proposito di Robin Hobb, per chi è interessato, qui per voi un link! La Sperling&Kupfer ha pubblicato il primo libro della trilogia The Fitz and the Fool, della quale la Hobb sta scrivendo il terzo volume, previsto per la primavera del 2017. Quando ho visto la notizia stentavo a crederci, e invece, il giorno stesso, sono andata in libreria. In fondo ad una scatola di nuovi arrivi, l’ho trovato. Inutile dire che l’ho comprato subito. Mi mancano tutti i quattro volumi delle Cronache delle Giungle della Pioggia per arrivare a questo punto della storia, ma pensare di leggere finalmente un libro cartaceo di Robin Hobb è una vittoria. Inoltre, la Fanucci riedita L’Apprendista Assassino, il primissimo libro della serie, dall’11 febbraio. Ovviamente sarà mio u.u Due libri cartacei dell’introvabile saga del Reame degli Elderlings su sedici pubblicati, di cui due inediti in Italia, cosa vuoi di più dalla vita! A parte gli scherzi, spero che questo sia solo l’inizio e che mano a mano i libri diventino disponibili per tutti i nuovi fan della Hobb, come me che la seguo da un anno e mezzo.

Robin Hobb in un servizio fotografico per un calendario di qualche anno
fa. Mi fa pensare molto ai personaggi dei suoi libri che possiedono lo
Spirito, la facoltà di legarsi agli animali, comunicare con loro e molto altro.
Questo è tutto. Spero di avere altri ritagli di tempo in cui tornare al blog. E’ stato molto rilassante scrivere questo post, un po’ nella biblioteca dell’università, un po’ sul mio letto, ascoltando brani ‘calmi’ dei Sonata Arctica, dei Nightwish, dei Rhapsody of Fire e di altri artisti. Ultimamente ho anche ricominciato ad ascoltare David Bowie. La sua morte mi ha colpita molto, la sua musica mi trasmette un’energia che pochi riescono a fare con ogni loro singola canzone. Vi lascio con il video di Life on Mars. A mio parere, insieme a quello di Ashes to Ashes, uno dei più belli, da brividi. A presto. 






mercoledì 5 agosto 2015

Il suono della pioggia mi è sempre piaciuto. A volte diventa abituale, nei mesi d’autunno ed inverno in cui è normale che piova. Ma poi, arriva l’estate, e allora la pioggia ti sorprende una mattina particolarmente nuvolosa. Questi sono i momenti in cui arriva la pioggia che preferisco. C’è qualcosa di confortante, che va al di là del fatto che questo vuol dire che l’afoso clima rinfrescherà, in quel ticchettio ovattato così pieno e reale quando si è fuori e così sognante quando tra te e la pioggia c’è il tetto. Penso che una delle cose più belle sia addormentarsi con il suono della pioggia. Forse perché il calore delle coperte ed il fatto che il rumore sia ovattato dalle tegole trasmettono una sensazione di protezione e conforto unica, un po’ come quella che deve provare un ghiro in letargo nella sua tana. E quella luce grigia che diventa padrona del cielo e quei profumi della natura che d’improvviso risaltano amplificati su tutto il resto non fanno altro che aggiungere un tocco di magia.

 

lunedì 27 luglio 2015

Quel che resta degli scavi

Tutto ha una fine. Si sa, è una frase anche banale. Ma, anche dopo, ci sono cose che restano, più o meno evidenti. Di questi primi scavi, me ne rimangono molte. La famigerata abbronzatura da archeologo, con sulla schiena la traccia evidente della canottiera. Un po’ di inchiostro di china sotto un’unghia che non riesco assolutamente a togliere, ricordo dell’ultima frettolosa siglatura di ceramiche al laboratorio. I muscoli delle braccia un po’ più evidenti di prima. Fino alle sei di sabato pomeriggio avevo il lieve senso di nausea dell’alcolica festa di fine scavo. Ma queste sono solo cose fisiche. Professionalmente, ho imparato molto, Al di là del fatto che ho finalmente qualcosa con cui riempire il mio vuoto curriculum. Ma questo è un aspetto molto marginale. Non ho mai pensato di studiare o di lavorare per fare soldi, molti mi giudicheranno un’irresponsabile sognatrice ma una vita basata sul profitto mi è sempre sembrata squallida, e in ogni caso non avrei scelto di intraprendere questa strada se lo avessi voluto. Parlo delle cose che ho imparato, di ciò che ho visto. C’è un’emozione particolare e unica, forse impossibile da descrivere, quando all'improvviso, dopo giorni passati a rimuoverlo, uno strato di cenere finisce e ne comincia uno di argilla, di una sfumatura più scura e così plastico che puoi divertirti con i tuoi colleghi a fare delle statuine a forma di Totoro di Miyazaki. Anche la commozione nel fare un giro nell'area cimiteriale e vedere due bambini sepolti l’uno accanto all'altro, con le mani sul ventre, ha poco di paragonabile. Per non parlare di quando all'improvviso ti spunta davanti il manico di una lucerna di una ceramica che ti pare così perfetta, nel suo delicato colore rosa chiaro e nella sua sottigliezza. Ci sono poi i deliri improvvisi, le foto di gruppo fatte alla pausa postate su facebook, le frasi senza senso dette a mezzogiorno, quando il caldo è al suo picco e resta ancora un’ora di lavoro prima di smontare, lo scassatissimo gazebo che ti cade in testa esalando l’ultimo respiro, sostituito a sorpresa il giorno dopo dal comune che te ne regala uno nuovo. Ci sono le battute, un campione di sedimento avvolto in carta stagnola che viene chiamato ‘Bambinello’ perché effettivamente la sua forma, quando lo prendi tra le braccia, assomiglia a quella di un neonato, il capo area che ogni volta che qualcuno del settore romano viene a dirti le sue mirabolanti scoperte ti ricorda che tu non hai il nulla cosmico, ma una canaletta alla cappuccina unica e bellissima, la collega che ha un riso così contagioso e particolare che ogni volta che ride chiunque lo senta in tutto lo scavo deve bere un sorso d’acqua perché gli spagnoli hanno deciso di lanciare questa piccola presa in giro. E poi, le serate, uniche, in alloggio. I giorni che più ho apprezzato lì sono stati il sabato e la domenica, quando da ventisette passavamo a massimo dodici e allora rimenavamo a riposarci cercando di non delirare per il caldo dalla mattina al pomeriggio, per poi andare al bar a bere qualcosa, stare su internet e mangiare una pizza a cena, per infine guardare tutti insieme un film con il computer o chiacchierare sul retro della palestra del più e del meno. Spesso, però, le nostre conversazioni riflettevano le normali, credo, preoccupazione della nostra generazione: il lavoro quasi impossibile da trovare se non si va all'estero, l’incertezza del futuro e del potersi creare una vita tutta sua, il piano b di riconvertirsi in qualcos'altro, perché magari l’amico di qualcuno ha smesso di fare l’antropologo ed ha aperto un negozio biologico riuscendo finalmente a vivere come Dio comanda e qualcuno pensa di fare la stessa cosa, se tra qualche anno continua ad essere nella situazione di vivere solo con una insufficiente borsa di dottorato.

Ci sono state tutte queste cose e anche molto di più in queste cinque settimane, e sinceramente, tralasciando il momento in cui mi sono svegliata con la sensazione di aver decisamente esagerato con il bere la sera prima, non poteva finire in modo migliore. Lentamente, sabato mattina, tutti se ne sono andati, ad orari diversi. C’è chi ha pianto, chi ha fatto un’ultima battuta abbracciando le persone con le quali aveva vissuto così tanti ricordi. Per tutti, c’è stata la promessa di rivedersi l’anno prossimo, quando gli scavi a Santa Maria di Mesumundu riprenderanno alla ricerca di quel monastero benedettino che tutti ignoriamo dove diamine sia.


Ho capito tanto di me stessa. Ho capito il livello di stanchezza che riesco a sopportare, e quanto, alla fine, una doccia fredda possa non essere così terribile. Probabilmente l’anno prossimo farò tre settimane invece di cinque. Le tre ultime, perché le tre prime mi darebbero la stessa sensazione del non finire un buon libro giallo. Ho capito anche che amo l’archeologia, che resta una delle mie più grandi passioni, ma, anche se lo sospettavo da un po’, che non è quello che voglio fare per sempre. Continuerò a fare campagne di scavo perché mi piace, ma basta. La mia via sono i documenti, il ‘rinchiudersi in un ufficio in mezzo a vecchie e muffite scartoffie e non vedere nessuno’, come lo ha spregiativamente definito un collega una volta che si parlava di ciò che pensavamo di studiare dopo la triennale. Credo che sia tra le cose più importanti che ho imparato in queste settimane. Ed è una delle magie del mio corso di studi. Pochi hanno la fortuna di poter far fin dall'inizio il proprio mestiere, pur senza essere pagati. E’ una fortuna assoluta. E della quale sono felice di aver approfittato. 


venerdì 3 luglio 2015

Scrupoli archeologici

Una delle cose più paradossali dell'archeologia è che alcune delle tecniche per arrivare alla conoscenza sono distruttive, cioè distruggono, in un certo modo, l'oggetto che si va a studiare. Lo scavo ne è uno degli esempi più eclatanti. Nel momento in cui si va a togliere metri di terra, a prendere reperti, ossa, e toglierli dal loro contesto originario, si va a distruggere tale contesto, senza possibilità di tornare indietro. Sapevo già questo concetto, ripetuto così spesso a lezione, ma credo di toccarlo con mano solo ora. Scavando con la cazzuola per tre giorni uno strato di cenere che gli uomini che costruirono la 'mia' canaletta misero lì, ancora calda, per rendere stabile la loro opera, e ascoltando il progetto del mio capo area di smontarla per studiarla, e poi non ricomporla più, com'è ovvio, ho riflettuto a come stiamo distruggendo il lavoro di uomini che, secoli fa, si riunirono per fare ciò che noi stiamo per distruggere. Non so bene come immaginarmeli questi uomini. Mi chiedo chi fossero, piuttosto. Contadini? Pastori? Monaci della vicina chiesa, sconsacrata da duecento anni e con pochissime probabilità di riconsacrazione, visto che, come ha trovato il mio capo area in una fonte letterario, per un certo periodo è stata trasformata in una taverna con prostitute? Chissà. In ogni caso, ci hanno messo impegno e sudore nel costruire quella semplice canaletta, si vede da quel modo così elaborato di realizzarla, tanto che all'inizio si è pensato che fosse una tomba. Mi fa uno strano effetto pensare una cosa simile, un sentimento amaro di non rispetto per quel lavoro svolto dieci secoli fa da uomini che, sulla stessa terra sulla quale io cammino ogni giorno, hanno vissuto, mangiato, amato, sono morti. Probabilmente non conoscerò mai la loro identità, ma penso a loro ad ogni passaggio di cazzuola, ad ogni misurazione delle quote di quei laterizi dallo strano simbolo ovale e che probabilmente la prossima settimana inizieremo a smontare. Cercando di non romperli troppo, però. E' un sentimento che ho condiviso anche con la paleopatologa del gruppo, anche se qui l'argomento erano gli scheletri della vicina area cimiteriale. E lei ha risposto che l'importante è portare rispetto a ciò che si andrà irreversibilmente a distruggere. Forse è questa la chiave di tutto. Il rispetto per il lavoro di chi ci ha preceduto, per migliorare la propria vita, per costituire una propria società ed identità, per l'estremo gesto di sistemare una persona che amava in un modo o in un altro prima di dirgli addio definitivamente. Forse, in questo modo, questi fatti non verranno resi del tutto vani.

lunedì 29 giugno 2015

Villaggi

Siligo è un villaggetto nelle colline del Mejlogu, in una zona che, milioni e milioni di anni fa, aveva una forte attività vulcanica. Quei vulcani oggi estinti sono diventati verdi colline, riconoscibili dalla loro cima conica. In particolare, si può notare Monte Santo.


Insieme alle loro forme, i vulcani hanno lasciato una roccia scura utilizzata nell'edilizia. La chiesa di Santa Maria di Mesumundu, la zone nella quale scavo, è in parte costruita con questa pietra.


E' minuscola, costruita su delle terme romane, di impianto bizantino ma ristrutturata anche in tempi recenti. Oggi è abbandonata, e noi la usiamo per metterci i nostri attrezzi. E' bello, ogni mattina, verso le otto, aspettare sempre chi ha la chiave per prendere pale, picconi, secchi, carriole. Ci si gode il fresco del mattino prima dell'intenso caldo che dopo ti ammazza mentre con la cazzuola rimuovi strati di terra che, mano a mano, impari a distinguere gli uni dagli altri per colore e consistenza.

Credo che, quando si scava in città, non si ha un'atmosfera simile. Nel villaggio, dico. Qui tutti si conoscono, la gente ti vede subito come un estraneo. Tutti sanno già, quando ti vedono per la strada, che fai parte della campagna di scavo. E allora, non appena metti fuori il naso per andare a comprare qualcosa o fare semplicemente un giro, ecco che ti fermano per la strada con le domande più disparate. Da dove scavi esattamente a se ce la stai facendo con il caldo, per esempio. Oppure, trovi uno dei simpatici e festaioli coinquilini fuori dalla palestra in cui alloggi che ti chiede se hai trovato qualche osso (cosa che mi fa ricordare dei miei colleghi dell'area cimiteriale che puliscono uno scheletro mentre io mi faccio i calli nelle mani strofinando laterizi...). C'è poi la commessa del negozietto dove prendi le merendine per la pausa di metà mattina che ti chiede come va, e se sei appena tornata, e di fare delle foto così gliele mostri la prossima volta che vai lì. E' un clima molto accogliente, divertente. Molto diverso dallo scavare in una vera e propria città, credo. Lì, la gente è più disinteressata, troppo abituata ad incrociare sconosciuti. Qui è più calmo...e tutto sommato, è una delle cose che mi stanno piacendo.

sabato 27 giugno 2015

Notizie dagli scavi

Buongiorno a tutti!

Scusate la mia improvvisa, lunga (o almeno più lunga del solito) assenza. Tra una cosa e l'altra, non sono riuscita ad aggiornarvi per tempo. La sessione estiva ha iniziato a mangiarmi. Ma è andata bene, al momento. Ora, non sono presente per un altro motivo. Sto partecipando a degli scavi a Santa Maria di Mesumundu, una zona vicina al villaggio di Siligo. C'è una chiesetta di impianto bizantino costruita sopra a delle terme romane, e accanto l'inizio di una necropoli e una canaletta, che è poi la zona dove sono stata assegnata per scavare. I miei giorni stanno passando tra la mattina sullo scavo, parte del pomeriggio in laboratorio e la sera, dove si esce tutti insieme. Lo scavo è internazionale. Al momento siamo italiani, spagnoli, danesi e inglesi. E così passo da una lingua all'altra in meno di due minuti. Sto imparando un po' lo spagnolo. Mi piace molto, amo conoscere persone che non sono del mio paese e rispolverare il mio inglese. E' difficile, era da due anni che non sostenevo una conversazione a momenti mi ritrovo senza parole, ma c'è sempre un modo per farsi, alla fine, capire e imparare un nuovo vocabolo se qualcuno lo sa. Ma, soprattutto, sto finalmente applicando ciò che ho studiato fino ad ora. Molte cose che mi sembravano concetti difficili si rivelano facilissimi (come prendere le quote di ciò che si scava). E si possono scoprire anche talenti che non si pensava di possedere...come per esempio il disegno archeologico.

Insomma, mi sto divertendo parecchio. Ed al tempo stesso istruendo. Due cose che accoppiate fanno un mix fantastico. Lo ammetto, all'inizio avevo un po' paura. Ma, alla fine, è un'esperienza che mi sta piacendo davvero tanto. Spero di replicare l'esperienza l'anno prossimo.

Finirò gli scavi il 25 luglio, e a quel punto dovrei essere un po' più attiva, connessione permettendo. Non so se tornerò in questo piccolo ma carinissimo bar dal quale sto scrivendo in questo momento. Fino ad allora, vi auguro una buonissima estate. Baci!

lunedì 25 maggio 2015

Il Trono di Soldi?

Non so se molti di voi seguano la serie tv Il Trono di Spade. Questo post non parte dalla polemica che in questi giorni si è creata e che spiegherò, ma piuttosto da alcune parole dell’autore dei libri ai quali la serie si ispira (e che sto leggendo proprio in questo periodo) che mi hanno lasciata piuttosto perplessa.


Ora vi spiego cosa ha originato lo scandalo. Se non volete spoiler, non leggete tutto quello che è scritto in caratteri colorati. Altrimenti, proseguite pure.

Nella serie, è successo questo: Sansa Stark, dopo aver sposato il sadico Ramsay Bolton, durante la prima notte di nozze viene violentata dal marito, e Theon Greyjoy, che è praticamente cresciuto insieme a Sansa, è costretto da Ramsay a stare a guardare.
E’ una differenza sostanziale rispetto ai libri. In questi, infatti, Sansa viene portata da Ditocorto al Nido dell’Aquila, e promessa sposa ad un cugino per poi, forse, attraverso gli intrighi di Ditocorto, riprendersi il Nord in mano ai Bolton...ma questo si vedrà nei prossimi libri. Ad essere data in sposa a Ramsay è una finta Arya Stark, la sorellina di Sansa che nel frattempo, dopo molte peripezie, è finita a servire il Dio dai Mille Volti nella città libera di Braavos nella speranza di poter così compiere la sua vendetta. In realtà l’impostora è Jeyne Poole, la migliore amica di Sansa che avevamo perso di vista alla fine del primo libro. La ragazzina, dopo le nozze, incontra un destino simile a Sansa Stark nella serie televisiva, simile certo, ma peggiore. E qui non mi dilungo.
Su questa questione, ho visto la scena ‘incriminata’ (miracoli di youtube...). La cosa ha sollevato un polverone, facendo parlare le associazioni femministe e addirittura una senatrice americana per un atto di violenza tanto gratuito su un personaggio che tra l’altro ne ha già viste tante. Personalmente, penso che si sia visto ben di peggio nella serie del Trono di Spade. Nell’episodio delle Nozze Rosse, dove la madre e il fratello maggiore di Sansa vengono assassinati, ci sono donne incinte pugnalate al ventre, gole tagliate e tanto altro ancora. Qui la violenza è fisica, si vede il sangue, il brillare dell’acciaio. Nella scena di Sansa, invece, la violenza è fuori campo. Il tutto è concentrato sul viso disperato di Theon che assiste e sulla grida della ragazza, e inoltre dura qualche secondo. Una violenza più che altro ‘psicologica’, quindi. Non dico che non sia grave, ma questa serie campa su morti, violenza e immoralità sin dal suo primo episodio. Se si volevano fare polemiche, si poteva farlo da prima, no?


Ora, arriviamo alla questione principale di questo post. Lo scrittore George Martin, sin dalle prime ore dopo la diffusione dell’episodio, si è ritrovato sommerso di mail e messaggi indignati di fan e ne ha scritto anche sul suo blog (qui trovate il suo post). Le critiche, oltre alla gratuità della violenza subita da Sansa, riguardavano anche la differenza abissale tra libri e serie. Differenza, tra l’altro, che non riguarda soltanto la storyline di Sansa, ma anche altre. Insomma, quello che sta accadendo è che mano a mano che le stagioni passano, la serie si stacca sempre di più dalla storia originale raccontata nei romanzi. A questo, Martin ribatte con queste parole: “Molti mi hanno domandato di commentare questa scelta narrativa: io rispondo così, la serie è la serie, i libri sono i libri e ci sono modi diversi per raccontare una storia. Le differenze tra i due prodotti ci sono state dal primo episodio della prima stagione, sarebbe impossibile replicare pedissequamente ogni scena!”. La traduzione l’ho presa da questo articolo di BestMovie.it, sito sul quale le ho tra l’altro lette per la prima volta. E qui, c’è quello che più mi ha turbato di tutta la polemica.


Ciò che mi disturba, e molto, nelle parole di Martin, è la definizione della serie ed in particolare del libro come di un ‘prodotto’. Sentirlo per bocca di uno scrittore, di chi è all'origine della serie letteraria, mi lascia piuttosto perplessa a causa dell’accezione di ‘prodotto’. Prodotto come mero bene di consumo, semplice cosa per fare soldi. Dov’è, allora, l’ispirazione, la creazione, l’estro, tutte quelle cose che dovrebbero caratterizzare uno scrittore che è anche un artista? Dov’è quella passione non proprio razionale che ti porta a scrivere le storie che la tua mente così misteriosamente origina? In un prodotto, io non vedo tutto questo. Vedo qualcosa di materiale, per fare soldi e basta. L’idea che qualcuno scriva solamente per questo, e lo faccia anche in modo consapevole, me lo fa scendere nella stima, e Martin aveva già cominciato a starmi un po’ sui nervi con altre dichiarazioni e fatti. Un esempio è questo: solitamente, uno scrittore fa presentazione in particolare quando escono i suoi libri, ed è anche tartassato dalla sua casa editrice che gli chiede in continuazione un nuovo romanzo. Robin Hobb (si, lo so, vi sto ossessionando con questa donna) è spesso in giro per fiere e librerie, ma praticamente pubblica un libro all’anno, anche di 700 pagine. E Martin? Lui è molto conosciuto proprio per la lunghezza dei suoi tempi di pubblicazione. Il primo volume del Trono di Spade è stato pubblicato negli Stati Uniti nel 1996, il quinto nel 2011. Il sesto è annunciato per il 2016, ma la notizia non è per nulla certa. Martin ha l’abitudine di rinviare la data. Va bene, i suoi libri sono dei mattoni e la trama è complicatissima, ma in quattro anni uno scrittore altrettanto conosciuto, Ken Follett, è riuscito a scrivere una trilogia altrettanto complessa che consta di più di tremila pagine, la Century Trilogy. Ma ora sto divagando, e inoltre chi sono io per criticare i tempi di pubblicazione?
In questi quasi vent’anni, e soprattutto da quando la serie tv ha cominciato ad avere tutto il successo che sta avendo, vediamo Martin dappertutto. Eppure non pubblica un libro da quattro anni, a parte quelli collaterali al Trono di Spade e quelli che scrive a quattro mani con altri scrittori. E ancora una volta non è un libro all'anno. Già questa cosa non la trovo molto normale.


Ma torniamo al termine ‘prodotto’. Va bene, si, un libro è un prodotto che porta economia, e in effetti uno dei motivi per cui un editore te lo compra è quello di farci soldi. Ma è un editore, qualcuno che fa questo di mestiere. Insomma, è già più normale che lui ne parli come di un prodotto. E i prodotti non sono sempre di qualità. Basti vedere quanti romanzetti rosa o erotici sul modello di 50 sfumature di grigio si trovano ultimamente in libreria. Ma che lo faccia uno scrittore, ripeto, mi sembra già meno normale. Annulla tutta la magia che sta dietro la creazione di una storia, tutto l’entusiasmo e l’emozione di quando crei il tuo piccolo mondo personale con le tue creaturine. L’affermazione di Martin mi fa invece pensare che questa serie lui se la sia costruita a tavolino, guardando quello che piace alla gente e mettendocelo tanto per assicurarsi il successo e guadagnare così un pacco di soldi. Un’operazione che mi piace molto poco da chi crea l’arte. Sinceramente, per aver provato nel mio piccolo cosa vuol dire scrivere, mi disgusta anche un po’.


Probabilmente il mio è il punto di vista di una sognatrice, di qualcuno che non ha del tutto i piedi per terra. Beh, io sono fatta così, fa parte del mio essere, probabilmente è anche infantile ma non ci rinuncerei per nulla. Per altre cose, vi assicuro che ce li ho, i piedi per terra. E tra l’altro, se fossi un’autrice dai cui libri stanno traendo un film o una serie tv sarei molto offesa se la storia che ho costruito diventasse tutt’altra. Credo che reagirei un po’ come Ursula K. Le Guin, che, dopo aver visto la miniserie canadese tratta dalle sue Cronache di Terramare (che un giorno riuscirò ad iniziare, spero), si è addirittura chiesta se i produttori avessero capito il senso dei suoi romanzi.


Ironicamente, ho letto queste parole proprio il giorno in cui ho comprato il quinto libro. Questa serie, con la sua scrittura pesante, il ritmo lento e i personaggi che non fanno altro che rimuginare per capitoli interi su quanto avvenuto due libri prima, mi sta un po’ annoiando, tranne alcune storyline. Lo ammetto. Eppure, continuerò a leggerla, perché bene o male voglio sapere come va a finire. Forse questo vuol dire che non sono del tutto annoiata. Mi è capitato di abbandonare delle serie che erano peggiori di questa. L’unica cosa è che non mi va di spendere tutto il prezzo di copertina. Per cui, continuerò la mia strategia: ne comprerò un volume appena raggiunti i fantastici 50 punti della Giunti card e il suo sconto. E basta.

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martedì 5 maggio 2015

Leggere in autobus

E' da un po', ormai, che leggo in autobus. Prima, avevo sempre qualcuno con cui chiacchierare. E ora, da quando vado all'università, mi ritrovo da sola, sia di mattina che di sera. Stare sempre ad osservare le persone mi annoia, e viste certe zone nelle quali passa il mio autobus, spesso la varietà umana che ci incrocio non è nemmeno interessante, se non qualche eccezione. Per cui, cosa c'è di meglio di un buon libro che mentre viaggio sull'autobus mi fa viaggiare anche con la mente?

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Di solito, riesco a leggere in questo modo una ventina di pagine al giorno se mi si lascia tranquilla. E' un bel po', se si conta che da quando sono all'università la sera sono spesso stanca morta e riesco a stare sveglia al massimo una mezzoretta prima che mi si chiudano gli occhi oppure che io non capisca più un'acca delle frasi. Prima, riuscivo a leggere anche una sessantina di libri all'anno...l'anno scorso, appena venti. Anche se di questo fatto incolpo un po' anche l'uomo con il cappello da capitano...per leggere Il Banchetto dei Corvi, vero titolo del quarto volume del Trono di Spade, di nuovo ci sto mettendo più di un mese, e sono circa 750 pagine. Per leggere lo stesso numero di pagine di Robin Hobb, ci metto una decina di giorni. 


Sono sempre l'unica che legge in autobus. Gli altri chiacchierano, ascoltano musica oppure stanno in silenzio. Mi è capitato raramente di vedere altre persone che lo facessero, e ogni volta cerco di spiare il titolo del libro che hanno tra le loro mani. Ciò non vuol dire però che non presto la minima attenzione a chi spesso prende l'autobus con me. C'è una ragazza dai capelli molto corti che però si sta facendo allungare una ciocca che si lega in una treccina (e sospetto che abbia copiato me o la mia amica Chris, visto che siamo state noi le iniziatrici di questo stile e che qui a Sassari sta cominciando lentamente a diffondersi), un'altra che ha un paio di orecchini stupendi a forma di Jolly Rogers. Ogni volta che la vedo, penso che dovrei trovare il coraggio di chiederle dove li ha trovati. C'è anche una coppia. O almeno, penso che siano una coppia. Un uomo e una donna sulla cinquantina, con gli occhiali, sempre silenziosi, entrano a due fermate diverse ma quando il posto accanto all'uno o all'altra è libero si siedono vicini. Altrimenti, si siedono ad un altro posto, ma mai troppo lontani. Scendono al capolinea, come me, e sono sempre l'uno accanto all'altra quando lo fanno. C'è qualcosa, una sorta di aura attorno a loro, che fa sentire che non sono semplici conoscenti, ma qualcosa di più, nonostante non li ho mai visti parlare tra loro ma soltanto scambiarsi semplici e rari sguardi. 


E poi, ci sono io, con i miei libri enormi o brevi, in francese o in italiano, di tutti i generi. Spesso, sono lasciata tranquilla...ma altre volte non è così. Ci sono giorni in cui chi si mette nei sedili di dietro comincia a spingere in avanti il mio schienale con i piedi, facendomi sobbalzare in continuazione. Ci sono ragazzi che si mettono a gridare per cercare di distrarmi. Una donna con un bambino di neanche un anno che lascia che lui mi tiri i capelli mentre il padre dice: "Se glieli tira rido". Quella volta, ho reagito, semplicemente girandomi, facendo un bel sorrisone al bambino e dicendogli "Ciao". Da allora, i genitori si mettono a distanza da me. 

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Però, nonostante questi piccoli disturbi, non penso mai di smettere. Se c'è una cosa che ho imparato ultimamente, è quella di non soffrire per chi non si merita la mia sofferenza, non smettere di essere me stessa perché potrei essere presa in giro o ritenuta 'strana', un appellativo che tanto mi insegue dalla fine della terza media se non da prima. Ci sarà chi penserà che è sbagliato eccetera. Ma non me ne curo. Io sono così. E' forse egoista, ma dall'altra parte odio le apparenze e le ipocrisie, le ho sempre odiate. A volte, riguardo le mie attività, c'è chi mi dice: "Ah, lo farei anche io se...". No cara. Fallo è basta, fregandotene degli altri. Se la gente che ti è vicina ti vuole stampata a modello standard, allora vuol dire che non ti vuole realmente bene, che non ti apprezza per ciò che sei ma per ciò che appari. E non è giusto, non è un vero sentimento. Per cui, continuerò a leggere in autobus, perché se c'è un momento della giornata che apprezzo, è quello in cui apro la zip della mia borsa ed estraggo il mio libro...

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mercoledì 18 febbraio 2015

Elogio della matita

Colorata e appuntita, chiusa nel pugno e brandita come un'improbabile arma, la matita è diventata il simbolo dei drammatici accadimenti di Parigi. Dobbiamo chiederci se non si tratta del suo ultimo, tragico momento di gloria, prima di imboccare la via dell'ineluttabile tramonto.Con la matita abbiamo imparato a scrivere, a tracciare su un foglio di carta pensieri articolati secondo un ordine convenzionale e comprensivo. Sono, però, bastati pochi decenni a trasformare matita e carta in strumenti d'altri tempi. Preferiamo affidare i nostri pensieri ai tasti di virtuali macchine da scrivere -computer, tablet, telefoni- spesso mediante il solo uso dei pollici. Alla scrittura -quella vera, faticosa, fatta di macchie, cancellature e steli masticati- riserviamo tutt'al più un'esistenza di nicchia.


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Negli USA (in alcuni Stati federali) e in Canada, ai bambini non si insegna più il corsivo e il computer sostituisce la matita sin dai primi anni di studi. Nei Paesi Bassi, esistono già oggi scuole in cui il tablet ha totalmente soppiantato quaderno e penna, mentre la Finlandia ha appena deliberato di eliminare, a partire dall'autunno del 2016, il corsivo dai piani di studio delle scuole elementari.
C'è, dunque, chi sostiene che unire con la propria mano lettere su un foglio di carta sia troppo faticoso, soprattutto per i giovanissimi che in quel processo devono cimentarsi. Il computer risolverebbe il problema, permettendo ai digitalizzandi di concentrarsi di più sul contenuto stesso dello scritto.

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Ci sentiamo di obiettare: la calligrafia, il corsivo in particolare, è la trasposizione materiale dei nostri pensieri mediante un processo che dal cervello passa direttamente alla mano, e da lì, attraverso la matita (o la penna) arriva sulla carta. Studi eseguiti negli stessi Stati Uniti e in Francia dimostrano che vergare le lettere, piuttosto che sceglierle su una tastiera, attiva un numero superiore di regioni del cervello e tende a far ricordare meglio ciò che è stato appena scritto. La ''lentezza'' della matita favorisce concentrazione e creatività. E non solo nei bambini.

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Scrivere a mano, insomma, fa bene alla mente. Fermi restando i benefici nonché l'ineluttabilità della rivoluzione digitale.

Di Andreas M. Steiner, da Archeo-Attualità del passato, Febbraio 2015

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Da quasi cinque anni, tengo un'agenda. Non è un vero e proprio diario, piuttosto un luogo nel quale annotare eventi, frasi, pensieri, deliri. Ormai sono alla terza agenda, una Moleskine di colore nero sulla quale ho appiccicato l'adesivo del busto di un soldato dalla camicia e dal casco nero a fiori rossi e il viso a stelle e strisce. Ci scrivo con un penna stilografica. Ciò che amo della penna stilografica è la sua forma elegante, il modo in cui va tenuta in mano, il regolare controllo del livello d'inchiostro e il cambio della boccetta vuota. Quei pochi secondi di pausa dalla scrittura durante i quali, alla fine di ogni riga, per evitare sbavature metto sullo scritto un pezzo di carta bevitrice tagliata con le misure della tasca alla fine dell'agenda. Il mio rapporto con le penne stilografiche è iniziato poco prima delle medie, con un pacco dalla Francia nel quale ce n'erano parecchie, insieme a boccette d'inchiostro di tutti i colori. Per un periodo le usai anche a scuola, finché le professoresse non mi chiesero di tornare alle Bic. Negli anni, ad una ad una quelle prime penne stilografiche si sono rotte per il troppo uso, e solo da qualche settimana, da quando i miei mi hanno regalato una bellissima e precisa stilografica Pilot, ho potuto riassaporare tutti i rituali descritti poc'anzi. Durante il periodo in cui non ne avevo, non ho scritto molto nella mia agenda. E' come se le due cose fossero interconnesse.

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A volte ho tentato di tenere una sorta di agenda sul computer, ma l'ho abbandonata dopo poco. E' meglio la carta, la penna, cose vive in un certo qual modo, più tangibili. Spesso, i post che pubblico su questo blog sono prima stati scritti nell'agenda. C'è qualcosa di più vero, a mio parere, in quei post, di meno artificiale. Nonostante, se non esistesse il computer, non stareste leggendo queste parole.